Un approccio che impara dalla natura per rivoluzionare il modo di fare turismo
Il turismo rigenerativo è un approccio che considera il turismo un mezzo, e non un fine, per rafforzare la capacità di luoghi, comunità ed ecosistemi di rinnovarsi nel tempo. Non si limita a ridurre i danni, come fa la sostenibilità classica: punta a creare le condizioni perché la vita, naturale e sociale, si rinnovi da sola.
Questo articolo spiega cos’è il turismo rigenerativo, quali principi lo guidano e in cosa si distingue dal turismo sostenibile. Poi mostra cosa emerge quando lo si mette alla prova sul campo, con i dati raccolti in quattro destinazioni alpine dal progetto europeo Interreg REGENERATE.
Punti chiave
- Il turismo rigenerativo non è una nicchia di mercato, ma un approccio che considera il turismo un mezzo per rigenerare luoghi, comunità ed ecosistemi, non un fine.
- Poggia su cinque principi: natura come soggetto, comunità al centro, turismo come ecosistema, approccio place-based e cambiamento di sistema.
- La differenza con il turismo sostenibile sta nell’obiettivo: non “fare meno danno”, ma generare un impatto positivo netto sull’intero sistema e mettere in discussione il modello che si sta appunto “sostenendo”.
- Nelle destinazioni alpine analizzate dal progetto REGENERATE, emergono temi comuni su cui lavorare: casa, mobilità, lavoro sostenibile e commercio locale.
- Non esiste un marchio o un “bollino” che dice chi è o meno rigenerativo, e giustamente: la rigenerazione non è un punto di arrivo ma un percorso lungo fatto di pratiche, che parte dalla misurazione degli impatti e dal dialogo con le comunità.
Cos’è il turismo rigenerativo?
Il turismo rigenerativo è un modo di pensare e fare turismo che ha l’ambizione di sviluppare le capacità dei luoghi, delle comunità residenti e dei visitatori di vivere in armonia con i sistemi socio-ecologici di cui fanno parte. È la definizione proposta da Bellato, Frantzeskaki e Nygaard in una delle revisioni accademiche più citate sul tema (Tourism Geographies, 2023). In altre parole, il turismo rigenerativo punta affinché il turismo sia a servizio del territorio e del benessere di chi lo vive, e non viceversa un territorio a servizio della “macchina turistica”.
In termini più semplici, significa fare in modo che viaggi e turismo reinvestano in persone, luoghi e natura, sostenendo il loro rinnovamento nel lungo periodo (Dredge, Journal of Tourism Futures, 2022, p. 271).
Per questo, più che di “turismo rigenerativo”, sarebbe meglio parlare di approccio rigenerativo al turismo. Non è una tendenza, né un tipo di turismo, né una parola nuova per indicare lo stesso modo di fare le cose.
Il concetto di rigenerazione non riguarda solo il turismo: se ne parla in agricoltura, architettura e design. E non è un’invenzione recente: molte pratiche locali, ancestrali e indigene sono rigenerative senza definirsi così.

Perché la sostenibilità da sola non basta più
La rigenerazione si sta diffondendo come evoluzione del paradigma della sostenibilità. Un paradigma che, da solo, mostra i suoi limiti. Secondo il Sustainable Development Goals Report 2026 delle Nazioni Unite, solo il 36% dei target misurabili degli SDGs è in linea o in moderato progresso. Il 49% avanza troppo lentamente e il 15% è tornato sotto i livelli del 2015.
Nel frattempo il turismo continua a crescere. Nel 2025 gli arrivi internazionali hanno raggiunto 1,52 miliardi, il 4% in più rispetto al 2024 (UN Tourism, gennaio 2026). Nel 2019 il settore ha generato 5,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, l’8,8% delle emissioni globali di gas serra. Tra il 2009 e il 2019 le sue emissioni sono cresciute del 3,5% l’anno, il doppio dell’economia mondiale (Sun et al., Nature Communications, 2024). E la crescita non si ferma: secondo uno studio di Google e Deloitte (novembre 2024), entro il 2040 i viaggi internazionali potrebbero arrivare a circa 2,4 miliardi, il 60% in più rispetto al 2019.
Parlare di turismo rigenerativo richiede quindi un cambio di mentalità nel ripensare il modo in cui intendiamo i viaggi e il turismo, da un’ottica estrattiva (estrarre valore da luoghi, natura e comunità senza necessariamente restituire altrettanto valore) ad una rigenerativa e in armonia con i limiti planetari. Non annulla gli sforzi fatti per la sostenibilità, ma parte da essi per fare un passo in più: creare valore che resta nei luoghi e rafforza la capacità di comunità ed ecosistemi di rinnovarsi da soli.
Quali sono le caratteristiche del turismo rigenerativo?
Il turismo rigenerativo è un approccio complesso. I suoi elementi essenziali si possono riassumere in cinque principi.

Natura come soggetto
La natura diventa portatrice di interesse nel turismo, non più solo uno sfondo. Il turismo rigenerativo vuole essere nature positive: contribuisce ad azioni che proteggono, migliorano, ripristinano e rigenerano gli ecosistemi. Le nature-based solutions, cioè le soluzioni che usano i processi naturali per rispondere a sfide sociali e ambientali, sono parte essenziale di questo approccio.
Comunità al centro
Le comunità diventano protagoniste, attraverso un processo di capacity building (rafforzamento delle competenze) ed empowerment. Si va quindi oltre il semplice coinvolgimento. Nella scala della partecipazione IAP2, l’empowerment è il livello più alto: la decisione finale spetta alla comunità. Così le comunità si riappropriano del modello di sviluppo turistico che desiderano per i loro territori.
Turismo come ecosistema
Il turismo non è considerato un’industria, e nemmeno un settore, ma un ecosistema. Le destinazioni sono organismi viventi: sistemi complessi, dinamici e unici, dove a vincere è la cooperazione e non la competizione.
Approccio place-based
Non esistono “soluzioni rigenerative” replicabili ovunque. Il turismo deve servirsi di un approccio place-based, cioè specifico del luogo: identifica e risponde alle esigenze locali e migliora il benessere sociale, economico e fisico di un territorio. Basandosi sull’unicità del luogo, ogni percorso verso la rigenerazione sarà diverso.
Cambiamento di sistema
L’approccio rigenerativo ambisce a un cambiamento di sistema: da un modello estrattivo ed energivoro a uno rigenerativo, che si auto-organizza. Questo implica mettere in discussione le metriche attuali del “successo turistico”, chiedendosi se creino davvero benessere per il luogo o solo per pochi.
In questa prospettiva, il valore creato dal turismo nel territorio, non solo economico ma anche relazionale e culturale, deve rimanere sul territorio per generare ulteriore valore.
Quali sono i benefici del turismo rigenerativo?
Il turismo rigenerativo si basa sull’idea che il turismo debba essere al servizio del territorio, e non viceversa. In questo modo può generare benefici per i territori, per le comunità che li abitano e per i visitatori.
Per le comunità. Il primo beneficio è la creazione di valore duraturo, non solo economico ma anche culturale e sociale. L’approccio incoraggia la partecipazione di comunità locali, operatori, imprese e visitatori anche in modi che altrimenti non verrebbero considerati, come le attività di volontariato con cui il visitatore contribuisce a migliorare gli habitat della destinazione.
Per la natura. Il turismo rigenerativo mira a rigenerare gli ecosistemi, offrendo forme di finanziamento alternative e collaborative per il ripristino ambientale. I turisti stessi possono contribuire economicamente a queste iniziative, sostenendo la conservazione della natura.
Per i visitatori. I turisti hanno l’occasione di vivere viaggi trasformativi: esperienze che portano cambiamenti significativi e duraturi nella loro vita, favorendo la connessione con le comunità locali, la natura e gli altri visitatori.
È una domanda che esiste già. In una ricerca di Booking.com su 32.000 viaggiatori di 34 Paesi, Italia compresa, il 69% dichiara di voler lasciare le destinazioni visitate in condizioni migliori di come le ha trovate (Booking.com, aprile 2025). Si tratta di intenzioni dichiarate, non di comportamenti misurati, ma indicano una direzione chiara.
Quali sono le differenze fra turismo sostenibile e rigenerativo?
La sostenibilità non mette in discussione il business as usual: lo sostiene, cercando di non apportare ulteriore danno. La rigenerazione, invece, vuole uscire dalla logica del “fare meno danno” per abbracciare quella dell’impatto positivo.
La sostenibilità, inoltre, tende a lavorare per compartimenti stagni: come mostrano i 17 SDGs, frammenta i problemi in target isolati da monitorare. La rigenerazione guarda invece al territorio come a un ecosistema vivente, agendo sulle interconnessioni tra ambiente, comunità ed economia per generare valore netto a livello di sistema.
La differenza più sostanziale, però, è un’altra. La sostenibilità non mira al cambiamento di mentalità richiesto dall’approccio rigenerativo, che invita a riconsiderare il proprio ruolo in un sistema complesso e a mettere in discussione il paradigma della crescita infinita.
| Aspetto | Turismo sostenibile | Turismo rigenerativo |
|---|---|---|
| Obiettivo | Ridurre gli impatti negativi | Generare un impatto positivo netto |
| Domanda guida | “Come faccio meno danno?” | “Quello che faccio supporta la vita?” |
| Visione del turismo | Settore economico da rendere più efficiente | Ecosistema al servizio del territorio |
| Ruolo della natura | Risorsa da tutelare | Portatrice di interesse (stakeholder) |
| Ruolo della comunità | Da consultare e coinvolgere | Protagonista delle decisioni |
| Approccio | Per temi separati (energia, rifiuti, acqua) | Sistemico, sulle interconnessioni |
| Misura del successo | Arrivi, presenze, impatti ridotti | Benessere di residenti ed ecosistemi |
Turismo rigenerativo nelle Alpi: cosa dicono i report del progetto REGENERATE
Per capire quanto sia lontano, o vicino, un modello rigenerativo, servono dati. È il punto di partenza di REGENERATE, progetto Interreg Italia-Austria (febbraio 2024 – settembre 2026). Coinvolge quattro destinazioni alpine: Alta Badia, Arabba (Livinallongo del Col di Lana) e Colle Santa Lucia (Dolomiti Bellunesi), Tarvisiano e Nassfeld-Pressegger See, Lesachtal e Weissensee (NLW) in Carinzia.
Nel progetto, noi di Etifor abbiamo sviluppato la metodologia comune per monitorare gli impatti delle politiche turistiche. Il lavoro si è tradotto in due report finali: uno sull’impatto ambientale del turismo e uno sull’impatto socio-economico e culturale. Il motivo di partenza era semplice: per le destinazioni alpine di montagna mancavano ricerche e dati dettagliati sull’impatto del turismo.
Il report ambientale: i trasporti sono il nodo principale
Ogni destinazione ha scelto un impatto da misurare in base alle proprie esigenze. Ad Alta Badia traffico e rumore, a Weissensee i rifiuti. Ad Arabba, Colle Santa Lucia e Tarvisiano la carbon footprint, cioè l’impronta di carbonio: le emissioni di gas serra espresse in CO2 equivalente. Le analisi sulle emissioni seguono gli standard GHG Protocol e ISO 14064.

Il risultato è netto. A Colle Santa Lucia i trasporti valgono il 96% delle 6.895 tonnellate di CO2 equivalente legate al turismo nel 2024. A Livinallongo (Arabba) sono l’88% di 43.682 tonnellate. Nel Tarvisiano pesano per il 73% di 67.229 tonnellate nel 2023, con un’impronta media di 116 kg di CO2 equivalente per turista. Per rendere l’idea, il report propone alcuni confronti. Un’auto a benzina di media cilindrata emette circa 150 g di CO2 al km, quindi un giro del mondo vale circa 6 tonnellate: le emissioni turistiche di Colle Santa Lucia equivalgono a circa 1.150 giri del mondo, quelle di Livinallongo (Arabba) a 7.280. In termini di consumi pro capite degli italiani (7 tonnellate di CO2 all’anno), corrispondono alle emissioni annue di quasi mille persone nel primo caso e di circa 6.240 nel secondo, a fronte di 346 e 1.247 residenti (dati ISTAT, elaborazione Etifor).

In Alta Badia le misurazioni hanno rilevato superamenti sistematici del limite normativo di 70 dB nei centri abitati. I picchi, fino a 73,6 dB a Funtanacia e Passo Gardena, coincidono con il passaggio di oltre 2.000 veicoli nelle ore di punta. A Weissensee i rifiuti turistici arrivano a circa 765 tonnellate l’anno, con picchi estivi cinque volte superiori ai mesi di bassa stagione.
La lettura rigenerativa di questi numeri è la parte più interessante del report. Il turista “importa” emissioni globali per consumare una risorsa locale, il paesaggio e la comunità, e lascia rumore e inquinamento. Le auto elettriche riducono la CO2, ma non risolvono traffico, rumore e consumo di suolo. Per questo il report indica possibili misure di sistema: limitazioni di accesso ai passi dolomitici, un piano della mobilità condiviso con gli stakeholder, soggiorni minimi più lunghi per chi arriva da lontano. Il turismo è un fenomeno complesso e non ha senso trattarlo a compartimenti stagni: occorre affrontarlo tenendo conto di questa complessità. Un approccio rigenerativo chiede anche questo: guardare non solo alle singole parti, ma anche ai collegamenti tra loro, a come il sistema “si parla” e ai trade-off.
Il report socio-economico: casa, mobilità, lavoro e filiera locale
Il secondo report ha raccolto dati primari da tre gruppi: residenti (con focus group divisi per fascia d’età), operatori turistici (con il metodo Delphi, due cicli di questionari anonimi per far convergere le opinioni di un panel di esperti) e turisti (con sondaggi volontari). I temi sono quattro, nessuno dei quali era monitorato in precedenza dalle destinazioni.

- Mobilità. L’auto privata domina ovunque: la usa l’81% dei turisti in Alta Badia, circa il 77% in NLW, il 74% ad Arabba e Colle Santa Lucia, il 67,6% nel Tarvisiano. Tutti i gruppi lamentano un trasporto pubblico poco frequente. In Alta Badia, però, i turisti apprezzano l’idea di limitare il traffico (4,3 su 5): tra intenzione e comportamento resta un divario, che è anche infrastrutturale.
- Casa. È la sfida più sentita da residenti e operatori in tutte le destinazioni. Seconde case e affitti brevi fanno salire i prezzi e riducono gli alloggi per residenti e lavoratori stagionali.
- Lavoro. Il lavoro nel turismo è percepito come poco attrattivo dai giovani, per stagionalità, orari pesanti e carenza di alloggi. Tra le soluzioni proposte: contratti annuali, settimana di cinque giorni, alloggi per il personale.
- Filiera locale. La domanda di prodotti locali è alta: in NLW il 79% dei turisti è soddisfatto della loro disponibilità nei negozi e il 90% nei ristoranti. L’offerta, però, fatica a organizzarsi per problemi logistici e di rete tra produttori.
Il filo rosso è la distanza tra la percezione dei turisti, in genere positiva, e la realtà vissuta dai residenti, più esposti a traffico, costo della casa e prezzi. Da qui la proposta del report di ribaltare le domande: non “come portiamo più turisti?”, ma “come può il turismo finanziare il trasporto pubblico dei residenti?”. E non “dove costruiamo nuovi hotel?”, ma “come usiamo il patrimonio edilizio esistente per far restare i giovani?”.
Scarica i report completi
I due report sono disponibili in inglese e scaricabili gratuitamente:
- Environmental impact of tourism in the project area (Report T2.1, gennaio 2026, PDF, in inglese)
- Socio-economic impact of tourism in the project area (Report T2.2, gennaio 2026, PDF, in inglese)
Dal progetto è nato anche un percorso di co-progettazione con i giovani del territorio, raccontato nell’articolo sulle quattro idee rigenerative per il turismo alpino.
Esempi di turismo rigenerativo nel mondo
Alcune destinazioni, in Europa e nel resto del mondo, hanno già scelto di lavorare in chiave rigenerativa, con approcci diversi.
- Copenaghen, Danimarca. Con CopenPay i turisti ricevono piccole ricompense, come ingressi o pasti, in cambio di azioni positive: muoversi in bici, arrivare in treno, raccogliere rifiuti, partecipare a laboratori sulla biodiversità. I partecipanti sono passati da circa 5.000 nell’estate 2024 a 25.000 nell’estate 2025 e i noleggi di bici sono cresciuti del 59%, secondo Wonderful Copenhagen.
- Midlands, Irlanda. L’ente nazionale per lo sviluppo turistico Fáilte Ireland guida una transizione sistemica del territorio attraverso il Regenerative Tourism and Placemaking Scheme, un programma co-finanziato dall’Unione Europea tramite il Just Transition Fund. Questo pionieristico modello di finanziamento pubblico dall’alto mira a trasformare le contee delle Midlands in un hub europeo del turismo rigenerativo, erogando fondi diretti per sviluppare infrastrutture a basso impatto di carbonio, tutela del paesaggio ed esperienze turistiche inclusive a beneficio dei residenti. Ad oggi, l’iniziativa ha mobilitato un investimento di quasi 60 milioni di euro, finanziando oltre 85 progetti comunitari e privati che spaziano dal restauro di siti storici, allo sviluppo di reti di sentieri universalmente accessibili e alla formazione di decine di imprese locali.
- Regenerative Vanua, Vanuatu (Oceano Pacifico). Un movimento per l’(agri)turismo rigenerativo, Regenerative Vanua fonde la filosofia indigena del Vanua (il legame indissolubile tra terra e comunità) con il sistema turistico, creando sinergie dirette tra agricoltori locali e filiera dell’ospitalità. Oltre a riaccendere l’orgoglio per la cultura alimentare nativa e incentivare il ritorno alla terra, il progetto sta guidando lo sviluppo di esperienze agrituristiche e gastronomiche rigenerative nelle isole Vanuatu e in tutto il Pacifico.
- Fogo Island Inn, Canada. Il Fogo Island Inn opera come impresa sociale reinvestendo il 100% dei propri profitti nella comunità locale attraverso la fondazione Shorefast, garantendo resilienza economica e tutela della cultura dell’isola. Per guidare un modello di trasparenza radicale, la struttura ha ideato l’Economic Nutrition Label: un’etichetta grafica, modellata sui valori nutrizionali dei cibi, che mostra esattamente come ogni dollaro speso dai turisti si distribuisca tra stipendi dei residenti, acquisti da fornitori locali e tasse.
- Wānaka, Nuova Zelanda. Il Love Wānaka Community Fund connette direttamente l’economia turistica all’azione climatica, raccogliendo donazioni dai visitatori e contributi dalle imprese dell’ospitalità per finanziare iniziative locali di conservazione ambientale. Invece di limitarsi a ridurre i danni, il fondo investe nella rigenerazione attiva del territorio supportando progetti che spaziano dalla tutela delle acque dolci, alle campagne a zero rifiuti, fino al controllo delle specie invasive. Dal lancio nel 2023, l’iniziativa (unita al fondo gemello di Queenstown) ha mobilitato oltre 300.000 dollari, finanziato 16 organizzazioni del territorio e portato alla piantumazione di oltre 10.500 alberi autoctoni grazie all’azione congiunta di residenti e turisti volontari.
In Italia, il percorso di Siena verso la certificazione GSTC mostra come una città possa governare il turismo come una funzione vitale, partendo da standard di sostenibilità riconosciuti.
Cosa è richiesto alle destinazioni per diventare rigenerative?
Va detto con chiarezza: nessuna destinazione, oggi, può dirsi rigenerativa. Lo confermano anche i report REGENERATE: le destinazioni alpine analizzate sono ancora nella fase in cui si “misura il danno”, un primo passo necessario verso la rigenerazione, ma che richiederà poi una riflessione e un piano di azione che vadano in profondità sul “come” facciamo turismo, verso quel cambio di mentalità che abbiamo già menzionato. Il percorso è lungo e ambizioso, e i suoi effetti si vedranno solo nel lungo periodo, ma non bisogna scoraggiarsi! Proviamo a guardare al concetto di rigenerazione come alla nostra stella polare, l’ambizione che guida le nostre azioni.
Per intraprendere questo percorso servono alcuni passaggi:
- Misurare gli impatti. Senza dati ambientali e sociali affidabili, e senza standard come quelli del Global Sustainable Tourism Council (GSTC), si pianifica a sensazione.
- Ripensare il modello di business. Non bastano gli investimenti: serve rispondere alla domanda “quello che faccio supporta la vita o no?”.
- Aprire spazi di dialogo con le comunità. Sono processi che richiedono tempi e spazi dedicati, di costruzione di rapporti di fiducia e che hanno bisogno di facilitazione esperta.
- Introdurre nuovi indicatori di successo. Oltre ad arrivi e presenze, contano per esempio la disponibilità di case in affitto a lungo termine, la qualità del trasporto pubblico, il benessere dei residenti e degli equilibri dell’ecosistema.
- Investire in nuove professionalità. Non solo figure capaci di facilitare, misurare e co-progettare con il territorio, ma anche professionalità provenienti da diverse discipline legate alla conoscenza di dinamiche sociali, ambientali, economia alternativa, ecc.
Come possiamo aiutare le destinazioni verso il turismo rigenerativo?
Lo sappiamo per esperienza: un processo verso la rigenerazione trae forza dal basso, ma va gestito e guidato. Abbiamo esperienza nella facilitazione dei processi di partecipazione tra gli attori del territorio, per rafforzare la governance della destinazione, come nel progetto REGENERATE.
Sviluppiamo inoltre prodotti turistici slow e a contatto con la natura, per favorire esperienze di connessione con il territorio a basso impatto o a impatto positivo.
Sappiamo valutare dove e come rigenerare gli habitat degradati o a rischio, e come valorizzare servizi ecosistemici e nature-based solutions.
Infine, con la piattaforma WOWnature turisti e aziende possono finanziare interventi di rigenerazione degli ecosistemi e prendervi parte direttamente.
Domande frequenti sul turismo rigenerativo
Cos’è il turismo rigenerativo in parole semplici?
È un approccio che considera il turismo un mezzo, e non un fine, per rafforzare la capacità di luoghi, comunità ed ecosistemi di rinnovarsi nel tempo. Vuol dire reinvestire in persone, luoghi e natura.
Qual è la differenza tra turismo sostenibile e turismo rigenerativo?
Il turismo sostenibile cerca di ridurre gli impatti negativi senza cambiare il modello di fondo. Il turismo rigenerativo punta a un impatto positivo netto e a un cambiamento di sistema, mettendo natura e comunità al centro delle decisioni.
Esistono destinazioni già rigenerative?
No, nessuna destinazione può oggi dirsi pienamente rigenerativa, e non esiste nessun “bollino” o “schema” che lo certifichi: fare rigenerazione è un processo costante e che richiede continua evoluzione. Sempre più destinazioni, però, stanno avviando percorsi espliciti in questa direzione e iniziando a riflettere sugli impatti sistemici di un turismo che sia a servizio dei territori. Nelle Alpi, il progetto REGENERATE ha misurato gli impatti di quattro destinazioni come primo passo, e ha proseguito con la sperimentazione di modelli rigenerativi nella creazione di esperienze e servizi turistici.
Da dove può partire una destinazione?
Dalla misurazione degli impatti ambientali e sociali, dal dialogo strutturato con residenti e operatori e da nuovi indicatori di “successo”, che vadano oltre arrivi e presenze. Standard come il GSTC aiutano a dare una base riconosciuta al percorso.
