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Persone in piedi e sedute attorno a un tavolo pieno di mattoncini durante un workshop facilitato
 

La facilitazione è il lavoro di chi accompagna un gruppo di persone verso un obiettivo condiviso, curando il processo ma lasciando a chi partecipa il merito delle decisioni. Nei progetti che riguardano foreste, fiumi, aree protette e destinazioni turistiche, è ciò che trasforma un semplice incontro pubblico in un processo partecipativo capace di produrre scelte condivise.

Questo articolo spiega cos’è la facilitazione, quali sono i livelli dei processi partecipativi e come si progetta un processo che non resti un esercizio formale.

Punti chiave

  • La facilitazione accompagna un gruppo verso un obiettivo definito e condiviso: chi facilita garantisce il processo, mentre il contenuto resta alle persone coinvolte e al team tecnico.
  • Una meta-analisi di 305 casi in 22 democrazie occidentali mostra che la partecipazione migliora la qualità ambientale delle decisioni. Il fattore più stabile è la delega di potere a chi partecipa (Newig et al., 2023).
  • I processi partecipativi hanno quattro livelli di intensità: informare, consultare, co-progettare, abilitare, in linea con lo spettro della partecipazione pubblica dell’IAP2. A ogni livello corrisponde una promessa partecipativa, da chiarire fin dall’inizio: sceglierla con onestà è la prima decisione da prendere.
  • Un processo partecipativo è valido a ogni livello, purché la promessa partecipativa sia chiara. Più il livello è alto, più la decisione deve essere ancora aperta: se è già presa, è onesto limitarsi a informare o a consultare su ciò che può ancora cambiare.
  • Nei progetti ambientali la facilitazione funziona meglio in binomio con le competenze tecniche: processo e contenuto restano distinti, ma lavorano insieme.

Che cos’è la facilitazione e quali sono i compiti di un facilitatore

La facilitazione è un approccio per guidare un gruppo di persone verso un obiettivo definito e condiviso, strutturando il confronto in modo che tutte le voci possano contribuire. Chi facilita è garante del processo, non del contenuto: progetta il processo, gestisce tempi e dinamiche, protegge uno spazio di lavoro sicuro e non orienta le conclusioni.

Questa neutralità è ciò che distingue la facilitazione dalla moderazione di un dibattito o dalla consulenza tecnica. Chi facilita non porta la propria soluzione. Crea le condizioni perché il gruppo ne costruisca una, anche quando i punti di partenza sono lontani.

I compiti principali di chi facilita sono:

  • progettare il processo con il committente, chiarendo obiettivi, persone da coinvolgere e margini di decisione;
  • scegliere tecniche e formati adatti allo scopo, al contesto e al gruppo;
  • condurre gli incontri, alternando momenti di apertura delle idee e momenti di sintesi;
  • gestire le dinamiche di gruppo e i conflitti, rendendo visibili i rapporti di potere per dare spazio anche alle voci meno ascoltate;
  • restituire i risultati alle persone coinvolte, in modo trasparente e verificabile.

Cosa sono i processi partecipativi (e perché servono nei progetti ambientali)

I processi partecipativi sono percorsi strutturati e temporanei con cui enti pubblici, aziende o partenariati coinvolgono la cittadinanza e i portatori di interesse (stakeholder) in una decisione che li riguarda. Nei progetti ambientali e territoriali servono a costruire scelte più solide su risorse comuni come l’acqua, i boschi, il paesaggio e il turismo.

Le decisioni su un bacino fluviale o un’area protetta toccano molti attori con interessi diversi: comuni, aziende agricole, gestori dei servizi, associazioni, residenti. Coinvolgerli con metodo aiuta a far emergere conoscenze locali, a prevenire conflitti e a rendere le scelte più accettate nel tempo. La facilitazione è lo strumento che rende possibile questo confronto.

Cosa dicono le ricerche sull’efficacia della partecipazione

Le evidenze scientifiche confermano il valore della partecipazione, ma con una condizione precisa. Il gruppo di ricerca di Newig ha analizzato 305 casi di decisioni ambientali pubbliche in 22 democrazie occidentali. La partecipazione migliora la qualità ambientale di piani, accordi e autorizzazioni, e il fattore più stabile è la delega di potere decisionale a chi partecipa (Global Environmental Change, 2023).

Uno studio precedente, sullo stesso database di 305 casi, aggiunge un dettaglio utile. L’effetto positivo è più forte quando la comunicazione all’interno del gruppo è intensa e quando il potere decisionale viene davvero condiviso. A fare da ponte sono due fattori: la convergenza tra i punti di vista dei portatori di interesse e il rafforzamento delle loro capacità (Jager et al., JPART, 2020). In altre parole, un processo non vale per il numero di incontri, ma per quanto il confronto è reale.

I risultati non valgono solo per la delega di potere. Una revisione della letteratura distingue il coinvolgimento dalla semplice comunicazione fino alla co-produzione e mostra che l’esito dipende soprattutto dalla progettazione del processo e dal contesto (Reed et al., Restoration Ecology, 2018).

Le norme che chiedono partecipazione

La partecipazione è sempre più spesso un requisito, non una scelta. La Convenzione di Aarhus, di cui sono Parti l’Unione Europea e tutti i suoi 27 Stati membri, riconosce il diritto del pubblico a partecipare alle decisioni ambientali (Commissione Europea). La Direttiva Quadro sulle Acque prevede che il pubblico abbia almeno sei mesi per presentare osservazioni scritte sulle bozze dei piani di gestione dei bacini idrografici (Direttiva 2000/60/CE, art. 14).

Anche la ricerca europea va in questa direzione. La Missione UE “A Soil Deal for Europe” punta a creare 100 living lab e lighthouse entro il 2030. Sono spazi dove mondo della ricerca, aziende agricole e comunità sperimentano insieme soluzioni per la salute del suolo (Mission Soil Platform).

In Italia, il Codice dei contratti pubblici rende obbligatorio il dibattito pubblico per le grandi opere oltre determinate soglie di costo.

Grafico a barre sulle soglie del dibattito pubblico obbligatorio: 500 milioni di euro per strade e ferrovie, 200 milioni per porti e aeroporti, 50 milioni per la difesa costiera

Le soglie si dimezzano nei parchi, nelle aree marine protette e nei siti UNESCO (D.Lgs 36/2023 (Normattiva), Allegato I.6). Alcune Regioni hanno leggi dedicate, come la Toscana con la L.R. 46/2013 e l’Emilia-Romagna con la L.R. 15/2018. Il bando partecipazione 2025 dell’Emilia-Romagna, per esempio, mette a disposizione oltre 800.000 euro per i processi locali (Regione Emilia-Romagna).

Quali sono i livelli dei processi partecipativi

I livelli dei processi partecipativi indicano quanto potere decisionale viene condiviso con le persone coinvolte. Sono quattro: informare, consultare, co-progettare e abilitare. Non esiste un livello “migliore” in assoluto: esiste quello adatto all’obiettivo, e va scelto insieme al committente prima di iniziare.

Lo schema si ispira allo spettro della partecipazione pubblica dell’IAP2, che distingue cinque livelli: informare, consultare, coinvolgere, collaborare e abilitare (empower). Qui coinvolgere e collaborare corrispondono alla co-progettazione. A ogni livello si associa una promessa partecipativa, cioè ciò che si garantisce a chi partecipa: dal “vi terremo informati” al “realizzeremo ciò che deciderete”. La promessa va dichiarata prima di iniziare.

Schema dei quattro livelli dei processi partecipativi, informare, consultare, co-progettare e abilitare, con cosa succede e gli strumenti tipici di ciascun livello

Informare. Le persone ricevono informazioni chiare su un progetto o una decisione, e chi lo promuove raccoglie dati e conoscenze sul territorio. Rientrano qui la mappatura dei portatori di interesse, la raccolta di dati qualitativi con questionari, focus group o metodo Delphi, e gli eventi interattivi.

Consultare. Si chiedono pareri su scelte già in parte orientate, per migliorarle o validarle. I workshop di ascolto e i tavoli di confronto per categoria di attori sono gli strumenti tipici. La decisione finale resta a chi promuove il processo, e va detto con chiarezza fin dall’inizio.

Co-progettare. Le persone coinvolte costruiscono insieme proposte, prodotti o servizi, attraverso percorsi strutturati di più incontri. Si alternano fasi di divergenza, in cui si aprono le idee, e fasi di convergenza, in cui si sceglie. Tra gli strumenti tipici ci sono l’hackathon e i laboratori basati sul design thinking.

Abilitare (empowerment). Il gruppo diventa autonomo e capace di agire nel tempo. È il livello delle comunità di pratica, dei living lab che ne nascono, dei sistemi di governance condivisi e delle regole comuni per gestire una risorsa. Richiede i percorsi più lunghi, ma produce gli effetti più duraturi.

Quando serve (davvero) un processo partecipativo

Un processo partecipativo serve quando c’è una decisione da costruire con attori diversi, anche in conflitto. Vale a ogni livello se la promessa partecipativa è chiara fin dall’inizio, cioè se si dice che cosa può cambiare e che cosa no. Più il livello è alto, più la decisione deve essere ancora aperta. Se è già presa, è onesto limitarsi a informare o a consultare su ciò che può ancora cambiare, senza presentare come co-progettazione ciò che non lo è.

“Partecipazione” è una parola molto usata e, a volte, abusata. Il pericolo è la partecipazione di facciata: incontri in cui si ascolta senza che l’ascolto cambi nulla. Il rischio è concreto. Stanca i portatori di interesse, brucia la fiducia e rende più difficili i processi futuri. Per questo il principio di partenza è partecipare per uno scopo, non solo per partecipare.

Serve davvero un processo partecipativo? Cinque domande per capirlo

  1. La decisione è ancora aperta, almeno in parte?
  2. Il risultato dipende dalla collaborazione di attori diversi (enti, aziende, comunità)?
  3. Ci sono conflitti, o interessi divergenti, da far emergere e gestire?
  4. Chi promuove il processo è pronto a tenere conto di ciò che emergerà?
  5. Ci sono tempo e risorse per restituire i risultati a chi ha partecipato?

Se le risposte sono in gran parte “sì”, un processo facilitato è la strada giusta. Se prevalgono i “no”, meglio puntare su un’informazione chiara o su una consultazione mirata.

Come si progetta un processo partecipativo: le fasi

Un buon processo partecipativo si co-progetta con il committente e resta flessibile: un singolo laboratorio può cambiare forma più volte in base a ciò che emerge. Le fasi principali seguono una logica che parte dall’ascolto, passa dal dibattito e arriva alla restituzione.

  1. Chiarire il vero obiettivo. Un’intervista iniziale con il committente definisce che cosa si vuole ottenere, quale margine di influenza avrà chi partecipa e quali vincoli esistono. È il momento in cui si sceglie il livello di partecipazione.
  2. Mappare e analizzare i portatori di interesse. Si individuano le categorie di attori insieme al committente e si raccolgono informazioni, anche con il passaparola tra i contatti (snowball sampling). Poi si costruisce una classifica di priorità in base a criteri condivisi.
  3. Scegliere tecniche e formati. Ogni obiettivo richiede strumenti diversi, in presenza, online o in forma ibrida.
  4. Condurre gli incontri. Chi facilita usa domande profonde e generative, alterna divergenza e convergenza e garantisce uno spazio in cui ciascuno possa esprimersi senza inibizioni di ruolo.
  5. Restituire e passare all’azione. I risultati tornano alle persone coinvolte e si traducono in scelte, piani o regole di governance, con responsabilità chiare.

Esempio illustrativo di matrice interesse-influenza per un bacino fluviale: coinvolgere attivamente comuni, gestore idrico e consorzi di bonifica; tenere soddisfatti Regione e finanziatori; tenere informati associazioni, aziende agricole e residenti; monitorare i turisti occasionali

La mappatura dei portatori di interesse è la base di ogni processo. Uno strumento semplice è la matrice interesse-influenza, che aiuta a decidere chi coinvolgere attivamente, chi tenere informato e chi monitorare. La posizione di ogni attore, però, va definita caso per caso: nessuno schema sostituisce la conoscenza del territorio.

Un esempio pubblicato è la mappatura partecipativa dei portatori di interesse forestali europei svolta nel progetto Horizon Europe OptFORESTS. Il lavoro ha usato il modello della quadrupla elica, che considera ricerca, istituzioni, imprese e società civile. Ne sono emerse 45 categorie di portatori di interesse in tre sottocomunità: risorse genetiche forestali, materiale forestale di propagazione e foreste protette (Rogelja et al., Trees, Forests and People, 2025). Lo studio è firmato anche da persone del team di facilitazione e di ricerca di Etifor.

Le tecniche di facilitazione più usate

Le tecniche si scelgono in base allo scopo, non per abitudine. Tra gli approcci di riferimento ci sono la Teoria U e il design thinking, che guidano il gruppo dall’esplorazione del problema alla prototipazione di soluzioni. Alcuni strumenti ricorrenti:

  • World Café: piccoli tavoli a rotazione che fanno circolare le idee in tutto il gruppo;
  • Open Space Technology: sono le persone presenti a proporre i temi e scelgono liberamente a quali tavoli lavorare;
  • Liberating Structures: micro-formati, come il 1-2-4-All, che danno voce a tutti anche in gruppi numerosi;
  • Focus group e metodo Delphi: per raccogliere in modo strutturato pareri esperti o di gruppi specifici;
  • Future Search: per costruire una visione condivisa del futuro di un territorio.

Partecipanti a un workshop facilitato impegnati in un’attività di costruzione con blocchi di legno, usata per rompere il ghiaccio e avviare la collaborazione

Anche le attività per rompere il ghiaccio (icebreaking) hanno una funzione precisa. Aiutano persone che non si conoscono, o che non si fidano, a iniziare a collaborare prima di affrontare i temi più delicati.

Facilitazione e competenze tecniche: il binomio processo + contenuto

Nei progetti ambientali la facilitazione funziona meglio quando chi facilita lavora in binomio con il team tecnico. Chi facilita garantisce il processo, chi si occupa di foreste, acqua o turismo garantisce la qualità dei contenuti. Ciascuno resta nel proprio ruolo, e il gruppo può concentrarsi sulle soluzioni.

Questa divisione dei ruoli ha un effetto pratico. Chi partecipa riceve informazioni tecniche affidabili quando servono, senza che chi conduce il processo diventi parte in causa. Allo stesso tempo, il team tecnico non deve gestire le dinamiche del gruppo, e può ascoltare conoscenze locali che spesso non compaiono nei dati.

Una persona al centro del cerchio presenta un’attività al gruppo seduto, in una sala con soffitto in legno, durante un workshop facilitato

Un esempio sono i percorsi di certificazione GSTC per le destinazioni turistiche. Il team tecnico del turismo conosce lo standard: costruisce il piano d’azione, raccoglie i contributi e risponde alle domande sui contenuti. Chi facilita gestisce invece le dinamiche degli incontri, perché ogni categoria di attori possa esprimersi.

La complessità, in questi contesti, non è un ostacolo da ridurre. Più punti di vista significano decisioni più ricche e più capacità di adattarsi al cambiamento, invece di subirlo. Il compito della facilitazione è attraversarla con metodo.

Esempi di processi partecipativi facilitati

Gli esempi che seguono mostrano come i diversi livelli di partecipazione si traducono in formati concreti, dalla consultazione alla governance condivisa.

Consultare: la certificazione GSTC in Trentino. Tra il 2022 e il 2024 l’A.T.A. Città, Laghi e Altipiani, con Trentino Marketing, ha seguito il percorso di certificazione GSTC. Il percorso ha previsto incontri partecipativi divisi per categoria: enti pubblici, imprese e associazioni. Ogni tavolo ha analizzato punti di forza e debolezza della destinazione rispetto ai criteri dello standard.

Consultare e co-progettare: la strategia di sviluppo locale TRACCE. Tra gennaio e agosto 2023 il GAL Alto Bellunese ha costruito la propria strategia 2023-2027 con un percorso partecipativo. Il percorso ha incluso un’indagine su 1.050 residenti, tra interviste telefoniche e questionari online. Sono seguiti una raccolta di idee progetto e un ciclo di incontri tra Agordino, Longaronese-Zoldo e Cadore. Il programma è stato approvato a dicembre 2023 con poco più di 6,4 milioni di euro (GAL Alto Bellunese).

Co-progettare: l’hackathon REGENERATE. In Val Saisera, a Tarvisio, quattro squadre di Italia e Austria hanno lavorato per due giorni, affiancate da mentor, con tecniche di facilitazione e design thinking. Ne sono uscite quattro proposte di turismo rigenerativo per altrettanti territori alpini (hackathon REGENERATE).

Abilitare: la governance condivisa del Medio Brenta. Nel progetto LIFE Brenta 2030 (2019-2024), attività di animazione, consultazione e formazione hanno coinvolto 15 comuni in un nuovo modello di governance. Il risultato è stato il primo caso in Italia di delega della gestione di un sito Natura 2000 a un Consiglio di Bacino. Nel Piano d’Ambito è entrato anche un milione di euro di interventi di mitigazione.

La stessa logica si applica anche su scala europea. Per la Commissione Europea (DG AGRI), il team di facilitazione di Etifor ha co-progettato e condotto quattro eventi del partenariato EIP-AGRI. Tra i temi c’erano la gestione circolare dell’acqua e il benessere animale.

Come Etifor facilita i processi partecipativi

Noi di Etifor crediamo che le decisioni sulla natura funzionino meglio quando sono costruite insieme. Il nostro Manifesto lo dice: “Co-creiamo progetti e servizi utilizzando tecniche partecipative in un dialogo continuo interno e con i nostri partner” (Culture Manifesto).

Il team di facilitazione lavora a fianco dei nostri team tecnici, dal livello locale a quello internazionale, in italiano, inglese e spagnolo. Affianchiamo enti pubblici, aziende e partenariati europei nella mappatura dei portatori di interesse, nei percorsi di consultazione e co-progettazione e nella costruzione di modelli di governance delle aree protette. La stessa attenzione la dedichiamo al nostro gruppo di lavoro.

Per enti, destinazioni e partenariati europei che stanno progettando un processo partecipativo, possiamo aiutare a scegliere il livello giusto e a costruirlo insieme.

Domande frequenti sulla facilitazione e i processi partecipativi

Che cos’è la facilitazione dei gruppi?

È un approccio per aiutare un gruppo di persone a lavorare insieme verso un obiettivo condiviso. Chi facilita struttura il confronto, gestisce le dinamiche e resta neutrale sul merito, così che le decisioni appartengano davvero al gruppo.

Che differenza c’è tra consultazione e co-progettazione?

Nella consultazione la decisione è già in parte orientata e si raccolgono pareri per migliorarla o validarla. Nella co-progettazione le persone coinvolte costruiscono insieme la proposta e condividono una parte reale del potere decisionale.

Quanto dura un processo partecipativo?

Dipende dal livello di partecipazione e dall’obiettivo. Un evento informativo può durare poche ore, una consultazione qualche settimana. I percorsi di co-progettazione e di governance condivisa possono richiedere mesi o anni.

Serve una facilitazione esterna?

È consigliabile quando chi promuove il processo è anche parte in causa, o quando ci sono interessi in conflitto. Chi facilita dall’esterno garantisce neutralità e permette a tutti, committente compreso, di concentrarsi sui contenuti.

Cosa sono i processi partecipativi di governance?

Sono percorsi che costruiscono nel tempo regole, accordi e responsabilità condivise per gestire una risorsa comune, come un fiume o un’area protetta. Corrispondono al livello più alto di partecipazione, l’empowerment. Un esempio è il modello di governance del Medio Brenta nato con LIFE Brenta 2030.

Qual è il ruolo della comunicazione nei processi partecipativi?

La comunicazione chiarisce fin dall’inizio i confini del processo, cioè che cosa si può decidere e che cosa no, e restituisce i risultati a chi ha partecipato. Senza una restituzione trasparente, anche un buon processo perde credibilità.

Perché le amministrazioni dovrebbero sviluppare competenze sui processi partecipativi?

Perché le norme lo richiedono sempre più spesso, dalla Convenzione di Aarhus al dibattito pubblico sulle grandi opere, fino ai piani di ripristino della natura. E perché processi ben progettati migliorano la qualità delle decisioni ambientali e ne facilitano l’accettazione.