Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale.

 

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L’obiettivo del report “Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale” è fare luce sulle responsabilità che le filiere globali del commercio proiettano sulle foreste tropicali. Dopo la prima edizione di Deforestation made in Italy pubblicata nel 2020, abbiamo aggiornato e ampliato l’analisi insieme all’Università di Padova, alla luce dei nuovi dati disponibili e del mutato contesto normativo europeo.

Questa nuova edizione – realizzata grazie anche al lavoro svolto nel contesto del progetto europeo EMMA4EU, finanziato dal programma Erasmus+ – stima gli impatti incorporati nei consumi italiani di sette categorie di prodotti: caffè, carne e pelli bovine, olio di palma, gomma naturale, soia, legno e derivati, cacao. L’analisi copre il periodo 2005–2023 e segue l’impostazione dell’Allegato I del Regolamento EUDR. Il risultato è un quadro aggiornato su deforestazione incorporata, emissioni di carbonio e impatti sulla biodiversità. Perché anche quando le foreste si perdono a migliaia di chilometri di distanza, spesso la catena che porta fin lì parte dai nostri scaffali.

Accanto ai processi di deforestazione – ovvero la conversione delle foreste in altre forme d’uso del suolo come aree agricole, pascoli o aree urbane – il report prende in esame anche il degrado forestale: la riduzione progressiva dell’integrità ecologica e della funzionalità delle foreste, con la conseguente perdita della loro capacità di fornire prodotti e servizi essenziali per le comunità locali e il clima globale.

Il contesto: mezzo miliardo di ettari perduti

Secondo il Global Forest Resources Assessment 2025 della FAO, le foreste coprono oggi circa 4,14 miliardi di ettari, equivalenti al 32% delle terre emerse. Nonostante un rallentamento del tasso annuo di perdita, tra il 1990 e il 2025 è andata comunque perduta una superficie forestale di quasi 0,49 miliardi di ettari, un’area equivalente a 16 volte la superficie dell’Italia. Il principale motore di questa perdita nelle aree tropicali è l’agricoltura industriale permanente, legata proprio ai prodotti analizzati in questo report. L’UE (e l’Italia con essa) importa, consuma e trasforma ingenti quantità di queste materie prime, con una responsabilità diretta sulle foreste di altri continenti.

Un’Italia al terzo posto in Europa

I dati mostrano che i consumi italiani dei sette prodotti analizzati hanno messo a rischio complessivamente circa 594.000 ettari di foresta nel periodo considerato – un’estensione paragonabile all’intera provincia di Roma. In media, questo corrisponde a oltre 31.000 ettari l’anno, superficie equivalente a circa 45.000 campi da calcio.

Tradotto in termini pro-capite: ogni cittadina e cittadino italiano è responsabile, in media, di 100 m² di deforestazione incorporata nel corso dell’intero periodo esaminato. Come un appartamento. Questo valore colloca l’Italia al ventesimo posto nel mondo e al terzo posto in Unione europea, alle spalle di Germania e Spagna.

L’impatto climatico medio associato è stimato in 9,45 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, pari al 2,5% delle emissioni nazionali, ovvero alle emissioni prodotte da oltre 2 milioni di auto circolanti per un anno intero, circa il 5% del parco auto italiano.

I prodotti più coinvolti

Seppure con una marcata flessione nel corso degli anni, l’olio di palma rimane la categoria associata al rischio più elevato, con quasi 201.800 ettari, il 34% del totale. Seguono carne e pelli bovine, soia, legno e derivati, cacao. Più marginale, ma non trascurabile, il contributo di caffè e gomma naturale.

  • 34% Olio di palma
  • 18% Carne e pelli bovine
  • 15% Soia
  • 13% Legno e derivati
  • 12% Cacao
  • 5% Caffè
  • 2,5% Gomma naturale

La deforestazione è incorporata in numerosi prodotti e settori italiani, inclusi comparti di eccellenza del made in Italy e più in generale dell’industria e del settore manifatturiero. Questo dimostra quanto queste dinamiche siano trasversali e radicate nelle filiere produttive nazionali.

Il quadro normativo: EUDR

Nel 2023 l’Unione europea ha approvato il Regolamento (UE) 2023/1115, noto come EUDR, che vieta l’immissione sul mercato europeo di prodotti associati a deforestazione. Dopo numerosi rinvii, la sua applicazione è attesa per dicembre 2026. Le imprese che importano o commerciano i prodotti ricadenti nell’Allegato I dovranno dimostrare che le proprie filiere non contribuiscono alla perdita di foreste. Per il report, la piena attuazione dell’EUDR senza ulteriori semplificazioni né ritardi, è una delle azioni più urgenti.

Nonostante una tendenza generale alla diminuzione del rischio di deforestazione incorporata nei consumi italiani, dovuta soprattutto a iniziative volontarie di alcuni settori industriali e all’impegno dell’UE prima che cambiassero le priorità geopolitiche globali nell’era post-pandemica, il nostro sistema continua ad avere grandi responsabilità sugli impatti delle filiere del Made in Italy. Occorrono pertanto importanti azioni collettive: piena attuazione dell’EUDR senza ulteriori semplificazioni e ritardi, impegno concreto delle imprese per filiere a deforestazione zero, rafforzamento del monitoraggio indipendente e, soprattutto, una transizione verso modelli di consumo più sostenibili. Un cambiamento strutturale di paradigma economico verso una bioeconomia circolare e basata su principi di sufficienza e di responsabilità condivise è essenziale per ridurre gli impatti e garantire benefici ambientali, sociali ed economici duraturi” spiegano Mauro Masiero e Giovanni Bausano, curatori del report. 

Alcuni highlight del report

  • Le foreste globali sono sotto pressione. Dal 1990 è andato perduto quasi mezzo miliardo di ettari di foresta – 16 volte la superficie dell’Italia – trainato dall’agricoltura industriale legata a olio di palma, prodotti bovini, soia, legno, caffè, cacao e gomma naturale.

  • L’Italia è al terzo posto in UE. Tra il 2005 e il 2023, i consumi italiani hanno messo a rischio 594.000 ettari di foreste; 100 m² per cittadino. Un valore in flessione, ma ancora rilevante.

  • Due prodotti, due paesi, più della metà del rischio. Olio di palma e prodotti bovini da Indonesia e Brasile concentrano oltre la metà della deforestazione incorporata totale.

  • La deforestazione è incorporata nel made in Italy. Gli impatti attraversano numerosi settori, inclusi comparti di eccellenza del manifatturiero.

  • Servono azioni collettive urgenti. Piena attuazione dell’EUDR, filiere a deforestazione zero, monitoraggio indipendente e una transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili.

Le imprese, un ruolo imprescindibile

I dati mostrano chiaramente che il sistema Italia ha responsabilità forti rispetto agli impatti lungo le filiere globali. Questo non significa restare fermi: il report indica con precisione le leve disponibili – impegno delle imprese per filiere a deforestazione zero, rafforzamento del monitoraggio indipendente, piena attuazione dell’EUDR e una transizione verso modelli di consumo più sostenibili capace di coniugare obiettivi ambientali, diritti sociali e sviluppo locale.

In Etifor lavoriamo da anni per supportare le aziende nel misurare e ridurre i propri impatti sulla natura. Capire dove si trova la deforestazione nelle filiere è il primo passo per agire concretamente – e questo report è uno strumento pensato per farlo.

Masiero M., Bausano G. (a cura di) (2026).

Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale.

Dipartimento TESAF (Università degli Studi di Padova) ed Etifor, Padova.

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Questa ricerca si inserisce nel solco di un lavoro avviato nel 2020. La prima edizione di Deforestation Made in Italy, curata da Davide Pettenella e Mauro Masiero (Dipartimento TESAF, Università di Padova ed Etifor) è stato il primo tentativo sistematico di misurare il ruolo dell’Italia nei processi di deforestazione globale, mettendo in luce la rilevanza della deforestazione incorporata nelle filiere di prodotti di largo consumo. A distanza di sei anni, questa seconda edizione aggiorna e approfondisce quell’analisi, alla luce dei nuovi dati disponibili, dell’evoluzione del quadro normativo europeo e dei risultati del progetto EMMA4EU.

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