Dalla misurazione alla gestione condivisa della risorsa: una guida per le aziende che vogliono ridurre il proprio impatto sull’acqua.

Ogni prodotto, servizio o attività aziendale nasconde un consumo d’acqua che va ben oltre il flusso che scorre dai rubinetti. Parliamo dell’impronta idrica, l’indicatore che misura l’uso diretto e indiretto della risorsa lungo l’intera filiera. In questo articolo spieghiamo il significato di questo indicatore, come si misura l’impronta idrica, quali sono le sue tre componenti, come si calcola secondo la norma ISO 14046. Concludiamo introducendo l’approccio Water Stewardship, tramite un caso studio realizzato con Sanpellegrino sulla falda del Brenta.
Cos’è l’impronta idrica
L’impronta idrica (o water footprint) è un indicatore che misura l’uso di acqua dolce da parte di un consumatore, un’azienda, un prodotto o un intero territorio, considerando non solo il prelievo diretto ma anche quello indiretto, nascosto lungo tutta la catena di fornitura.
Il concetto nasce nel 2002 dal ricercatore olandese Arjen Y. Hoekstra, come evoluzione dell’idea di “acqua virtuale” proposta nel 1993 dal geografo John Anthony Allan: il volume d’acqua necessario per produrre un bene, anche se non è fisicamente contenuto nel prodotto finale. Su questa base, l’impronta idrica permette di rendere visibili i flussi d’acqua che si muovono, in modo invisibile, tra filiere, mercati e territori diversi.
Oggi però il termine “impronta idrica” identifica in realtà due approcci metodologici distinti, che condividono il linguaggio ma non sempre il modo di calcolare il risultato finale: il Water Footprint Assessment della Water Footprint Network (WFN), di taglio volumetrico, e la norma ISO 14046, di taglio più propriamente ambientale (LCA-based). Vale la pena tenerli distinti fin da subito.

Impronta idrica e impronta di carbonio: la CO2 è globale, l’acqua è locale
Prima di entrare nel merito dei due metodi, vale la pena chiarire perché l‘acqua meriti un indicatore tutto suo. Negli ultimi anni la decarbonizzazione è stata la stella polare della sostenibilità aziendale: misurare e ridurre la propria Carbon Footprint è diventato uno standard per qualsiasi impresa che guardi al futuro. Ma c’è un altro elemento vitale che sta emergendo con forza tra le priorità di rischio e sostenibilità: l’acqua. La crisi climatica sta alterando il ciclo idrico, alternando periodi di forte siccità a eventi meteorologici estremi, e per le aziende questo si traduce in rischi operativi, finanziari e reputazionali immediati.
Gli impatti sull’acqua e le emissioni di CO2 vanno pensati però secondo logiche diverse: la CO2 è globale, l’acqua è locale. Una tonnellata di CO2 emessa a Milano ha lo stesso impatto sul clima globale di una tonnellata emessa a Tokyo; per l’acqua il discorso cambia radicalmente, perché gli impatti idrici dipendono interamente dal contesto e dal bacino idrografico in cui si opera. Prelevare 1.000 metri cubi d’acqua in una zona ricca di risorse non ha lo stesso peso che prelevarli in un’area colpita da grave stress idrico: per questo il calcolo dell’impronta idrica è efficace solo se contestualizzato.
L’approccio WFN: acqua blu, verde e grigia
L’impronta idrica secondo il metodo WFN distingue tre tipologie di acqua dolce:
- Acqua blu: il volume prelevato da fiumi, laghi o falde e non restituito al bacino di origine (ad esempio perché evapora o viene incorporato nel prodotto);
- Acqua verde: l’acqua piovana immagazzinata nel suolo e usata dalle piante, tipica dei processi agricoli e forestali;
- Acqua grigia: il volume teorico di acqua necessario per diluire e assimilare gli inquinanti scaricati, fino a rientrare negli standard ambientali.
Acqua blu e acqua verde misurano un consumo reale della risorsa, cioè acqua effettivamente prelevata e non restituita al bacino di origine. L’acqua grigia, invece, è un valore calcolato: il volume d’acqua necessario per diluire gli inquinanti scaricati fino a rientrare negli standard ambientali, ed è quindi un indicatore dell’impatto da inquinamento. Sommando le tre componenti si ottiene l’impronta idrica totale secondo il metodo WFN: un quadro più completo rispetto al semplice dato di prelievo, perché tiene conto sia del consumo fisico sia del degrado qualitativo della risorsa. È importante però sottolineare che questa somma è una convenzione del metodo WFN, non un passaggio previsto dalla norma ISO 14046, di cui parliamo nella prossima sezione.
Dall’approccio WFN alla norma ISO 14046
Esistono oggi due approcci metodologici principali per calcolare l’impronta idrica.
Il primo è il Water Footprint Assessment, sviluppato dalla Water Footprint Network, che si articola in 4 fasi: definizione di obiettivi e campo di applicazione, quantificazione dell’impronta (blu, verde, grigia), valutazione della sostenibilità e formulazione di strategie di risposta.
Il secondo è la norma ISO 14046, pubblicata nel 2014, che segue l’approccio dell’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) in continuità con gli standard ISO 14040/14044. Anche in questo caso il processo segue 4 fasi – definizione di obiettivi e confini, inventario, valutazione dell’impatto, interpretazione dei risultati – ma con una differenza sostanziale: il risultato non è (necessariamente) una somma di volumi d’acqua, bensì un valore singolo o un profilo di indicatori d’impatto (ad esempio la water scarcity footprint, calcolata con il metodo AWARE, di cui parliamo più avanti), ottenuti applicando fattori di caratterizzazione ai volumi di acqua consumata e agli inquinanti rilasciati.
Le due metodologie sono complementari, ma rispondono a domande diverse: la prima è più orientata alla contabilità e alla gestione della risorsa in termini di volumi, la seconda alla quantificazione degli impatti ambientali potenziali di prodotti e organizzazioni, con un rigore metodologico riconosciuto a livello internazionale.
Impatto quantitativo e qualitativo: la water footprint completa
Una valutazione completa dell’impronta idrica secondo ISO 14046 considera due dimensioni:
Impatto quantitativo (water scarcity footprint): quantifica la pressione sulla disponibilità d’acqua nel bacino. Il metodo di riferimento, riconosciuto a livello internazionale da WULCA (Water Use in LCA, gruppo di lavoro UNEP-SETAC) e adottato anche dal Product Environmental Footprint della Commissione Europea, è AWARE (Available WAter REmaining), che pesa il volume d’acqua consumata – principalmente acqua blu – in base alla scarsità relativa del bacino idrografico in cui avviene il prelievo.
Impatto qualitativo (water degradation footprint): misura il degrado della risorsa attraverso indicatori d’impatto come eutrofizzazione, acidificazione ed ecotossicità acquatica, legati alle sostanze rilasciate nei processi produttivi. È, in un certo senso, l’equivalente “ISO 14046” dell’acqua grigia del metodo WFN: entrambi cercano di catturare l’impatto degli inquinanti scaricati, ma lo fanno con logiche di calcolo diverse – un volume teorico di diluizione nel caso dell’acqua grigia, indicatori d’impatto ambientale specifici nel caso della LCA.
Solo integrando entrambe le dimensioni si ottiene un quadro realistico dell’impatto di un’azienda sulla risorsa idrica, evitando di trascurare aspetti – come l’inquinamento – che i soli dati di consumo non intercettano.
Il progetto LIFE Svolta Blu di Etifor
Questi metodi di calcolo non restano solo teoria: in Etifor siamo partner del progetto europeo LIFE Svolta Blu, che sviluppa un sistema pilota di scambio di crediti idrici basato proprio sul monitoraggio, la verifica e la riduzione dell’impronta idrica delle aziende, secondo la norma ISO 14046. L’obiettivo è costruire uno strumento credibile e trasparente che permetta alle imprese di misurare il proprio impatto sulla risorsa e accedere a meccanismi di compensazione e finanziamento per interventi di tutela del territorio.
Water Stewardship: dalla misurazione alla gestione condivisa della risorsa
Misurare l’impronta idrica, però, è solo il punto di partenza. La Water Stewardship è la gestione responsabile e condivisa della risorsa idrica: significa che un’azienda non si limita a misurare e ridurre il proprio consumo d’acqua, ma si assume la responsabilità di ciò che accade nell’intero bacino idrografico in cui opera, in collaborazione con gli altri attori del territorio – istituzioni, comunità locali, altri utilizzatori della risorsa.
Le aziende possono declinare questo approccio in modi diversi, a seconda del proprio ruolo nel bacino idrografico. Chi preleva acqua per la propria attività – ad esempio per l’imbottigliamento – può agire con una logica di insetting: intervenire direttamente sul proprio bacino con soluzioni nature-based per compensare il prelievo effettuato, rigenerando la risorsa nello stesso territorio da cui viene attinta. È un intervento mirato, che nasce dagli obiettivi di sostenibilità dell’azienda e si traduce in benefici misurabili e concreti per il bacino in cui opera.
Esistono poi azioni collettive, in cui più attori dello stesso bacino – altre aziende, enti pubblici, consorzi di bonifica, comunità locali – si coordinano per affrontare insieme le criticità idriche del territorio, condividendo dati, obiettivi e governance. Lo standard internazionale di riferimento per orientare e validare questi interventi, in entrambi i casi, è l’Alliance for Water Stewardship (AWS).
Un esempio concreto di insetting è il progetto che abbiamo realizzato con Sanpellegrino, sulla falda del Brenta, dove il calo del livello freatico mette a rischio l’approvvigionamento agricolo e idropotabile del territorio. Seguendo lo standard AWS e il metodo Volumetric Water Benefit Accounting (VWBA) del World Resources Institute, il progetto prevede la realizzazione di due bacini artificiali capaci di ricaricare circa 758.000 metri cubi d’acqua all’anno, insieme alla messa a dimora di 7.900 piante per rigenerare l’area – un intervento che restituisce al territorio più acqua di quella prelevata, con benefici anche per la biodiversità e la comunità locale.
Come Etifor può aiutare la tua azienda
Passare dalla misurazione alla gestione responsabile dell’acqua richiede competenze specifiche e un approccio su misura per ogni territorio. Etifor supporta le aziende nel calcolo dell’impronta idrica secondo lo standard ISO 14046 e nella definizione di strategie di Water Stewardship e resilienza idrica, per trasformare un obbligo di rendicontazione in un’opportunità di tutela del territorio e di continuità del business.
