La bozza italiana del Piano Nazionale di Ripristino è in consultazione pubblica: obiettivi vincolanti, risorse ancora da trovare.

Il percorso verso il ripristino della natura in Europa compie un passo fondamentale anche in Italia. È ufficialmente aperta la consultazione pubblica per la redazione del Piano Nazionale di Ripristino (PNR), lo strumento strategico previsto dal Regolamento (UE) 2024/1991 (Nature Restoration Law) che definisce le misure per rigenerare gli ecosistemi degradati del nostro Paese.
Promossa dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), in collaborazione con il MASAF e con il supporto scientifico di ISPRA, la consultazione punta a raccogliere opinioni, dati e suggerimenti per mappare gli interventi prioritari e definire le risorse necessarie da qui al 2050, con i primi traguardi vincolanti fissati per il 2030.
Il ripristino della natura è una sfida condivisa, che richiede collaborazione stretta tra scienza, istituzioni, imprese e territori. Questa consultazione rappresenta un’opportunità cruciale per garantire un processo aperto e inclusivo, capace di valorizzare le specificità locali prima dell’invio definitivo del Piano alla Commissione Europea, previsto entro il 1° settembre 2026.
La consultazione è aperta a tutti, ma è fondamentale il contributo tecnico di enti locali, università e centri di ricerca, parchi e aree protette, organizzazioni dei proprietari fondiari, ONG e di tutti i professionisti che operano nella gestione della natura e del paesaggio. C’è tempo fino al 9 giugno 2026 per inviare il proprio contributo sulla piattaforma ufficiale del Governo.
La questione centrale: obiettivi senza risorse
La bozza di Piano non affronta il tema critico che ogni piano applicato a qualsiasi area di intervento politico dovrebbe affrontare: la definizione del quadro di compatibilità tra obiettivi e risorse finanziarie disponibili. Questo è tanto più grave quando si consideri che:
- gli obiettivi, in termini di target da raggiungere entro scadenze ben definite, sono molto precisi (limitandoci a quelli entro il 2030: ripristinare almeno il 20% degli ecosistemi terrestri e marini, annullare la perdita netta di spazi verdi urbani, ripristinare fiumi a scorrimento libero eliminando le barriere artificiali, invertire il declino delle popolazioni di insetti impollinatori e migliorare gli indici di biodiversità nei terreni agricoli);
- le iniziative specifiche di ripristino indicate dal piano sono in numero così elevato da rappresentare, di fatto, tutte le opzioni tecnicamente perseguibili negli ecosistemi degradati italiani;
- diversamente da quanto esplicitamente richiamato dalla normativa-quadro dell’Unione Europea, la bozza di Piano non menziona, né dà indirizzi operativi per quanto riguarda la possibilità di attivare la finanza privata e le forme di partnership pubblico-private che pure hanno iniziato a operare in Italia e all’estero, come la piattaforma Business for Biodiversity Italy, fondata nel 2023 dal Forum per la Finanza Sostenibile insieme a Etifor e Regione Lombardia.
Il contesto politico e finanziario
Esiste un filo di coerenza tra questa impostazione del PNR e la posizione politica assunta dal Governo italiano in fase di approvazione del Regolamento a livello europeo, sempre esplicitamente contraria proprio per la mancata individuazione delle risorse finanziarie necessarie all’implementazione del Piano.
Ciò non toglie che ora il Piano sia legge e “dura lex, sed lex”, anche se il quadro economico complessivo si è ulteriormente complicato. Le problematiche del debito pubblico stanno peggiorando a seguito della crisi energetica scatenata dalla guerra del Golfo e delle decisioni sull’aumento significativo degli impegni di spesa in armamenti. Il classico dilemma coniato da Werner Sombart con l’espressione “burro o cannoni” si ripropone ora per l’Italia nella veste di “biodiversità o droni”.
Proprio per evitare che in questo dilemma prevalgano le opzioni del riarmo e del disimpegno dalla spesa ambientale, e per evitare che si perdano tempo ed energie in elaborazioni generali con scarsi impatti sul territorio, è opportuno partecipare al processo di consultazione con proposte operative concrete, che mantengano alta la priorità politica del ripristino della natura attraverso un significativo riorientamento delle politiche agricole e forestali, energetiche, idrauliche e di pianificazione urbanistica.
Le criticità specifiche della bozza
Di seguito si segnalano alcuni degli aspetti più critici individuati nella bozza di PNR, senza pretesa di esaurire l’insieme delle proposte fattibili. Per un approfondimento, si rimanda al documento pubblicato da AISSA “Nature Restoration Law e Piano Nazionale di Ripristino della Natura. Le proposte della Comunità Scientifica Agraria”.
1.400 misure non sono priorità
Al punto 4.2.8, la bozza afferma che il PNR “massimizza l’efficacia ambientale e climatica degli interventi del PSP 2023-2027 individuando su obiettivi condivisi le priorità di intervento e le misure specifiche di ripristino, coordinatamente ad altri strumenti di policy ambientale vigenti a livello nazionale (Strategia Nazionale Foreste, Strategia Nazionale per la biodiversità, Strategia per la mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, Gestione dei Distretti idrografici e Direttiva 2000/60/EC Acque, Direttiva 2008/50/EC e Direttiva (EU) 2016/2284 Qualità dell’aria, Direttiva 2009/147/EC Uccelli e Direttiva 92/43/EEC Habitat)”. L’affermazione è importante, ma le misure “specifiche” di intervento elencate sono 1.400. Non si capisce come un lungo elenco possa essere considerato uno strumento per definire priorità.
Pioppicoltura e rinaturalizzazione fluviale
Al punto 4.2.9 (4.2.9. “Individuazione delle pratiche agricole e forestali esistenti, compresi gli interventi della PAC, che contribuiscono agli obiettivi di ripristino”), si afferma che quanto previsto dal Piano Strategico della Politica Agricola Comunitaria e dalle iniziative regionali coerenti con la Strategia Forestale Nazionale è in linea con gli obiettivi del PNR. Tra le azioni esplicitamente menzionate dalla Strategia Forestale Nazionale e finanziate da diverse Regioni figurano gli interventi nel campo della pioppicoltura in aree golenali, uno dei punti destinati a creare forti contrasti nelle politiche di rinaturalizzazione delle aste fluviali.
Sussidi ambientalmente dannosi: solo un elenco
Al punto 4.3.2, relativo alle “Sovvenzioni che incidono negativamente sul conseguimento degli obiettivi e sull’adempimento degli obblighi stabiliti dal regolamento”, la bozza fa riferimento al Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli, redatto annualmente dal MASE (art. 68 L. 21/2015), riportando la relativamente ampia lista degli stessi (in cui hanno un ruolo importante i sussidi per l’impiego delle risorse fossili) ma si ferma al loro elenco. Nessuna informazione è data su quali di questi sussidi saranno oggetto di revisione o annullamento.
Obiettivi forestali irrealistici
Il punto 12.1.2, relativo al “Resoconto sugli indicatori per gli ecosistemi forestali scelti e sulla loro idoneità a dimostrare il rafforzamento della biodiversità negli ecosistemi forestali” consente di constatare che tutti gli indicatori sono per l’Italia relativamente alti rispetto alla media europea. Stupisce quindi che, nella definizione degli obiettivi nazionali, si ipotizzino cambiamenti radicali e assolutamente irrealistici. La tabella relativa alle superfici forestali da ripristinare entro il 2030 prevede un totale di 1.424.224 ettari, così ripartiti:
|
Tipologia |
Ettari |
% |
|
Boschi di origine artificiale |
1.001.391 |
70,3% |
|
— di cui pinete montane |
186.710 |
13,1% |
|
— di cui pinete litoranee |
7.330 |
0,5% |
|
— di cui boschi alloctoni |
807.351 |
56,7% |
|
Boschi planiziali |
422.833 |
29,7% |
|
Totale da ripristinare |
1.424.224 |
100% |
Tendando una stima prudenziale, basata su un costo di 5.000–15.000 €/ha, porta a un impegno di spesa di 7,1–21,3 miliardi di euro: una cifra francamente improbabile, mai discussa nel Piano.
Il Regolamento vieta il consumo di suolo
Al punto 4.2.12, la bozza afferma che “L’introduzione del principio di non riduzione delle aree verdi fino al 2030 e il progressivo incremento dal 2031 aiuta i Comuni a dare precedenza a tutti gli interventi che non comportano riduzione delle aree non edificate. (…) Il Regolamento è un atto legislativo vincolante, direttamente applicabile ed esecutivo, con efficacia immediata e portata generale, finalizzata anche a garantire l’uniformità del diritto nell’Unione e non richiede atti di recepimento nazionale. Per questo i suoi obiettivi sono giuridicamente vincolanti e determinano obblighi che prevalgono sulle disposizioni nazionali, incluse le norme urbanistiche e edilizie comunali, che devono essere disapplicate qualora cadano in contrasto con essi, anche nelle more di un aggiornamento degli strumenti urbanistici ed edilizi di detti Comuni. Inoltre, i principi della Carta costituzionale rappresentano riferimenti conformativi della legislazione ordinaria. Pertanto, gli obiettivi del Regolamento possono prendere la forma, negli strumenti urbanistici, di invarianti sovraordinate e non derogabili.”
Di fatto, il Regolamento vieta il consumo di suolo, e il PNR si pone totalmente in questa prospettiva con restrizioni ancora più dettagliate. In linea generale non si può che condividere lo spirito del piano; rimane aperta la questione di come una misura così drastica possa essere implementata nella realtà.

