Quando le spese militari crescono e gli investimenti ambientali calano

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By Jaber Jehad Badwan – Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, Wikimedia

Viviamo in una fase di forte instabilità, segnata da conflitti armati sempre più diffusi e interconnessi e da crisi energetiche che stanno ridefinendo equilibri economici e politici. In questo contesto, l’attenzione di governi e istituzioni si concentra quasi esclusivamente sulle emergenze immediate ed è qui che emerge una contraddizione: stiamo rallentando proprio sulle attività che riducono il rischio sistemico nel medio-lungo periodo. Le guerre che hanno sconvolto l’Ucraina, la striscia di Gaza, il Golfo Persico (insieme a molte altre crisi meno visibili) diventano così la giustificazione per invertire traiettorie che fino a poco tempo fa sembravano consolidate. Negli ultimi anni, il Green Deal europeo aveva indicato una direzione chiara: integrare competitività, tutela ambientale e stabilità sociale all’interno di un modello economico coerente con i limiti del pianeta. Non un modello perfetto, ma una traiettoria fondata su basi scientifiche e su una crescente consapevolezza sistemica. 

Oggi la paura sta diventando un driver decisionale dominante, spingendo organizzazioni e istituzioni a sacrificare obiettivi strutturali (decarbonizzazione, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse, etc) basati su evidenze scientifiche che non lasciano spazio a interpretazioni: la crisi climatica continua ad avanzare, anzi accelera, e gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati (fonte: State of the Global Climate Report 2025 della World Meteorological Organization).  

La crisi climatica, e le crisi ambientali in generale, non possono essere affrontate prescindendo dai temi della giustizia sociale e dall’impegno a dare voce e accesso a risorse (e opportunità) in modo equo e nel rispetto di processi democratici. La paura e i timori non possono prendere il sopravvento e fare perdere di vista valori collettivi importanti e alla base della convivenza tra persone e tra persone e natura. Per questo abbiamo scelto di condividere le nostre riflessioni: per concentrarci su ciò che conosciamo meglio, la natura, e sugli impatti che guerre e conflitti generano su di essa. È il nostro tentativo di riportare l’attenzione su queste dinamiche e di riaffermare la necessità di portare avanti strategie di lungo periodo già avviate, proprio nel momento in cui tendono a essere posticipate. 

Conflitti mondiali e impatti ambientali del settore militare

Il mondo sta affrontando una crisi di violenza senza precedenti, con 59 conflitti attivi, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e le ostilità sono sempre più internazionalizzate: oggi 78 paesi sono coinvolti direttamente in guerre al di fuori dei propri confini (fonte: GPI 2025).

In uno scenario caratterizzato da un aumento così marcato dei conflitti, è inevitabile che crescano anche gli impatti ambientali complessivi del settore militare. Prima di analizzare nel dettaglio gli effetti delle guerre al centro del dibattito corrente, è quindi utile soffermarsi su una lettura d’insieme: comprendere il peso ambientale del comparto militare nel suo complesso permette di inquadrare meglio la scala e la natura degli impatti generati anche nei singoli contesti.

fonte: Institute for Economics & Peace

Il settore militare rappresenta, infatti, una fonte rilevante ma ancora poco trasparente di emissioni climalteranti. Le principali emissioni derivano dal consumo di combustibili fossili per operazioni e addestramento, dalla produzione e manutenzione di equipaggiamenti e dalla gestione di infrastrutture e logistica. A queste si aggiungono le emissioni indirette lungo la filiera, spesso sottostimate, in particolare quelle legate alla produzione di armamenti e tecnologie militari lungo tutto il loro ciclo di vita. Senza contare, ovviamente, le emissioni legate all’uso di ordigni di varia natura e alla distruzione o al danneggiamento di bersagli militari e non. 

Molti paesi non riportano le emissioni delle proprie forze armate in modo completo o coerente, e in alcuni casi queste sono escluse dagli inventari nazionali o inaccessibili per motivi di sicurezza. Nonostante queste limitazioni, le stime indicano che le emissioni militari globali potrebbero rappresentare circa il 5,5% delle emissioni globali totali di gas serra, una quota paragonabile a quella di interi settori industriali. Se il settore militare fosse una nazione, sarebbe il quarto Paese più inquinante al mondo per quanto riguarda le emissioni di gas serra (fonte: Estimating the military’s global greenhouse gas emissions – CEOBS, 2022). 

In questo scenario di crescente spesa militare globale, il rischio è quindi un ulteriore aumento delle emissioni, in contrasto con gli obiettivi climatici internazionali. Per questo, è fondamentale migliorare il monitoraggio di questi impatti, includere pienamente il settore della difesa negli impegni climatici e sviluppare metodologie condivise di misurazione, attuando principi dell’approccio gerarchico delle emissioni evitate e ridotte (meno investimenti in armi, meno conflitti), ancor prima che compensate.

fonte: Conflict and Environment Observatory

Sul campo le operazioni militari causano la distruzione e frammentazione degli habitat attraverso combattimenti, bombardamenti, mine e infrastrutture militari, con effetti immediati sulla biodiversità e sulla funzionalità degli ecosistemi. A questo si aggiunge il rilascio di sostanze tossiche nei suoli, nelle acque e nell’aria, derivanti sia dalle attività belliche sia dal collasso delle infrastrutture civili: impianti di depurazione distrutti, sversamenti continui di liquami, macerie contaminate e presenza diffusa di ordigni inesplosi.

Parallelamente, i conflitti indeboliscono le istituzioni ambientali e i sistemi di controllo, favorendo un aumento dello sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali, dal disboscamento illegale al bracconaggio. L’impronta ecologica della guerra, quindi, non si esaurisce con la fine dei combattimenti, ma continua a generare impatti e costi ambientali (oltre che sociali) per decenni.

Focus Ucraina, Striscia di Gaza, Golfo Persico

Per comprendere in modo concreto la portata degli impatti ambientali dei conflitti, è utile spostare lo sguardo su alcuni casi emblematici e attuali. Ucraina, Striscia di Gaza e Golfo Persico rappresentano contesti diversi per scala, intensità e caratteristiche, ma accomunati da effetti ambientali significativi. Analizzarli permette di passare da una lettura sistemica a evidenze concrete, mettendo in luce come le dinamiche descritte si traducano in impatti reali.

In Ucraina, a oltre quattro anni dall’inizio del conflitto, la capacità di monitorare e gestire gli impatti ambientali è stata drasticamente ridotta, anche a causa del collasso dei sistemi di monitoraggio e della difficoltà di accedere a molte aree colpite. La presenza diffusa di mine, munizioni inesplose e residui bellici, insieme ai danni a impianti industriali e infrastrutture energetiche, sta causando il rilascio di sostanze tossiche nel suolo, nelle acque e nell’aria, con effetti persistenti su ecosistemi e salute umana. In particolare, il danneggiamento di miniere e bacini di decantazione ha portato a fenomeni di allagamento che aumentano il rischio di contaminazione delle falde e delle acque superficiali, mentre il cedimento di strutture contenenti rifiuti industriali ha provocato la dispersione di sostanze chimiche pericolose, come nel caso di impianti con centinaia di migliaia di metri cubi di residui tossici. Parallelamente, il conflitto ha generato un aumento significativo dei rifiuti: migliaia di tonnellate di rottami e milioni di tonnellate di macerie, spesso contaminate, stanno mettendo sotto pressione sistemi di gestione già fragili, con oltre 6.000 discariche presenti nel Paese e numerosi siti non conformi agli standard ambientali. Allo stesso tempo, la distruzione di habitat e l’aumento degli incendi – che rappresentano tra il 45% e il 65% delle perdite annuali di ecosistemi forestali – stanno accelerando la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi. Si stima che dall’inizio del conflitto, oltre 2 milioni di ettari di foreste – un’area più grande del Veneto – siano state distrutte o danneggiate da incendi dovuti a effetti diretti o indiretti di azioni militari. In questo contesto, la ricostruzione richiede interventi complessi e integrati di bonifica ambientale, gestione dei rifiuti e ripristino ecologico, per evitare che il Paese resti esposto a una “eredità tossica” duratura nel tempo (fonte: Status of Environment and Climate in Ukraine, Commissione Europea, 2025).

Durante il conflitto israelo-palestinese nella Striscia di Gaza la distruzione di infrastrutture idriche e sanitarie, insieme all’accumulo incontrollato di rifiuti e acque reflue, sta compromettendo la qualità di suolo e risorse idriche, mentre le emissioni legate alle operazioni militari e agli incendi peggiorano la qualità dell’aria. Questi impatti riducono la capacità degli ecosistemi di garantire servizi essenziali come acqua potabile e sicurezza alimentare, amplificando le vulnerabilità della popolazione. Il report Environmental impact of the conflict in Gaza, delle Nazioni Unite, nel 2024 ha evidenziato che gli effetti ambientali del conflitto continueranno ben oltre la fine delle ostilità, rendendo necessarie azioni di bonifica e ripristino complesse e di lungo periodo. Integrare la dimensione ambientale nelle strategie di risposta e ricostruzione diventa quindi una priorità per costruire condizioni di stabilità e sicurezza nel tempo. Nella Striscia i bombardamenti hanno generato oltre 39,2 milioni di tonnellate di macerie, con circa 107 kg di detriti per metro quadrato, spesso contaminati da amianto e ordigni inesplosi. Il collasso delle infrastrutture idriche ha portato allo sversamento quotidiano di circa 60.000 metri cubi di liquami non trattati, con impatti diretti su mare e falde (fonte: United Nations Environment Programme (2024). Environmental impact of the conflict in Gaza: Preliminary assessment of environmental impacts).  Oltre a ciò, le Nazioni Unite indicano che a Gaza il 97% delle colture arboree e il 95% della vegetazione arbustiva sono stati distrutti, oltre l’82% delle colture annuali danneggiate (fonte: La Nuova Ecologia) . Soltanto poco meno del 9% delle aree agricole risultano ancora accessibili mentre solamente l’1,5% delle stesse è sia accessibile che privo di danni (fonte: FAO).  

Photo by Ahmed akacha from Pexels

Anche il conflitto in Iran e nella regione del Golfo sta mostrando come la guerra produca impatti ambientali immediati e sistematici. Secondo un’analisi del Conflict and Environment Observatory, sono stati registrati oltre 400 incidenti con rischi per ecosistemi e salute umana, legati in particolare a bombardamenti su basi militari, raffinerie, depositi di carburante, impianti industriali e infrastrutture civili. Gli attacchi a giacimenti di gas, infrastrutture petrolifere e impianti critici stanno rilasciando nell’ambiente una miscela di sostanze tossiche, metalli pesanti e composti persistenti, contaminando aria, suoli e risorse idriche.

Questi eventi generano incendi diffusi, con emissioni di fuliggine e particolato fine, e fenomeni come piogge acide e oleose che aumentano i rischi sanitari, dalle patologie respiratorie ai tumori, e compromettono agricoltura e acqua potabile. La distruzione o il danneggiamento di infrastrutture idriche, inclusi impianti di desalinizzazione fondamentali per l’approvvigionamento della regione, amplifica ulteriormente la vulnerabilità delle popolazioni.

Inoltre, la crescente esposizione di infrastrutture critiche e aree densamente popolate aumenta il rischio di contaminazione diffusa da detriti, materiali edilizi e sostanze chimiche rilasciate dagli impatti. La possibile estensione del conflitto a impianti energetici e marittimi, inclusi terminal petroliferi e traffico navale nel Golfo Persico, potrebbe causare danni ambientali su scala regionale, difficili da contenere e ancora più complessi da ripristinare (fonte: Three days of Operation Epic Fury: a rapid overview of environmental harm in Iran and the region, 2026).

L’aumento dei prezzi del petrolio e la crisi energetica che ne è derivata, definita dall’Agenzia Internazionale dell’Energia tra le più gravi degli ultimi decenni, rischiano di generare effetti indiretti altrettanto rilevanti: rallentamento economico, minori investimenti e riduzione delle risorse destinate a politiche ambientali, spesso considerate non prioritarie in contesti di emergenza. Una strategia più solida e tempestiva di sviluppo delle energie rinnovabili avrebbe potuto ridurre almeno in parte questa vulnerabilità, limitando la dipendenza da fonti fossili esposte a shock geopolitici. Se oggi è ormai tardi per evitare gli impatti di questa crisi, è un elemento che non può essere ignorato nelle scelte future: la resilienza energetica passa anche dalla capacità di anticipare questi scenari, non solo di reagire.

Per quanto riguarda il ripristino, la letteratura evidenzia costi estremamente variabili, in funzione del livello di degrado e della complessità degli interventi: da circa 200 euro per ettaro, in contesti di rigenerazione naturale assistita, fino a oltre 30.000 euro per ettaro nei casi che richiedono decontaminazione dei suoli e ripristino attivo della vegetazione (fonte: La Nuova Ecologia). Un caso emblematico in tal senso è il costo dello sminamento, stimato in 1-3 euro al metro quadrato (10-30.000 euro per ettaro). Le operazioni di sminamento sono lente e si stima che richiedano in media cento volte più tempo per rimuovere una mina rispetto al tempo impiegato per posarla. Ne consegue che i tempi di recupero si estendono su decenni e, in molti casi, non garantiscono il ritorno alle condizioni originarie, rendendo il ripristino una delle sfide più critiche nei processi di ricostruzione post-conflitto.

fonte: Conflict and Environment Observatory

Nel complesso, gli impatti diretti e indiretti delle attività militari e dei conflitti sono ampi, articolati, difficilmente prevedibili e quantificabili, e per di più si manifestano o protraggono per molti anni, impattando su ecosistemi e comunità locali e globali. Tali impatti comportano costi enormi, impliciti ed espliciti, drenando e deviando risorse da altri possibili impieghi. La disparità e scarsa lungimiranza sulla destinazione delle risorse in un’epoca di crisi ambientali senza precedenti è spiazzante e del tutto irragionevole. Secondo stime condotte dall’UNEP, nel 2023 sono stati investiti 220 miliardi di dollari per la conservazione e il ripristino delle risorse naturali a fronte di 2700 miliardi di investimenti in spese militari (fonte: SIPRI): un rapporto (ampiamente sottostimato) di uno a dodici. A peggiorare il quadro c’è il fatto che la perdita e il degrado delle risorse ambientali sono (con)cause di conflitti: un circolo vizioso che si autoalimenta.

La nostra posizione in questo scenario di conflitti

Abbiamo deciso di scrivere questo articolo non per alimentare l’ansia in un contesto già complesso, ma per prendere posizione in modo chiaro. Crediamo che la direzione intrapresa con il Green Deal rimanga quella giusta e che, proprio nei momenti di maggiore instabilità, sia ancora più importante mantenerla e rafforzarla. Tornare indietro non è un’opzione.

Lo è ancora meno per le singole organizzazioni, che oggi si trovano a prendere decisioni in un contesto segnato da crisi interconnesse, dove le scelte di breve periodo rischiano di amplificare vulnerabilità già evidenti. È qui che si gioca la coerenza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo: continuare a investire in strategie di lungo termine significa contribuire a ridurre quei rischi sistemici che, come abbiamo visto, stanno alla base delle stesse crisi che affrontiamo oggi. Per questo la nostra scelta è quella di lavorare per aumentare la consapevolezza degli impatti delle scelte globali sull’ambiente, guerre incluse. 

Gaza dall’alto – Abdallah ElHajj / iStock

In questa prospettiva, essere soci e clienti di Banca Etica non è una scelta neutra: significa riconoscere che il sistema finanziario contribuisce in modo determinante a orientare i modelli economici, inclusi quelli legati all’industria bellica. Scegliere una finanza che esclude investimenti in armamenti e sostiene progetti sociali e ambientali è, per noi, un modo concreto per allineare valori e strumenti.

Allo stesso modo, la definizione di una policy for association nasce dalla consapevolezza che ogni collaborazione genera impatti e posizionamenti, anche indiretti, ed è quindi è necessario dotarsi di criteri chiari per decidere quali collaborazioni, progetti e partner siano in linea con i nostri valori e possano lavorare con noi a perseguire obiettivi comuni di sviluppo sostenibile.

Accanto a questo, abbiamo scelto di attivare momenti strutturati di confronto interno. Temi così complessi richiedono spazi in cui elaborare le preoccupazioni, ma anche costruire visioni e proposte condivise, per sentirci parte della soluzione e non solo esposti al problema. In un contesto come quello attuale, anche il benessere psicologico è sotto pressione: per un’organizzazione come la nostra, che si fonda sulle persone, creare le condizioni per lavorare con lucidità e continuità non è un aspetto accessorio, ma una responsabilità.

Infine, nei nostri progetti integriamo il rispetto della natura e delle comunità, come criterio operativo che orienta le scelte progettuali, le metodologie e gli obiettivi, nella consapevolezza che anche interventi locali contribuiscono a costruire equilibri più ampi. Coltiviamo, al nostro interno e nelle nostre attività, la partecipazione, il coinvolgimento attivo e la responsabilizzazione, nella convinzione che come la natura, anche la democrazia vada protetta, conservata e curata. 

Sappiamo che queste scelte non sono perfette. Sono però un punto di partenza concreto e indicano una direzione chiara da cui non vogliamo tornare indietro, perché riteniamo che la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo sia l’unico modo per contribuire a un cambiamento reale. Il riferimento che guida il nostro lavoro rimane quello espresso nel nostro Manifesto, ovvero la necessità di mettere la natura al centro delle decisioni, non come principio astratto, ma come criterio operativo capace di orientare scelte strategiche.