{"id":28743,"date":"2026-04-22T10:01:44","date_gmt":"2026-04-22T08:01:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.etifor.com\/it\/?p=28743"},"modified":"2026-07-22T09:05:11","modified_gmt":"2026-07-22T07:05:11","slug":"impatti-delle-guerre-ambiente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.etifor.com\/it\/aggiornamenti\/impatti-delle-guerre-ambiente\/","title":{"rendered":"Gli impatti delle guerre sull\u2019ambiente: dall\u2019Ucraina al Golfo Persico<\/span>"},"content":{"rendered":"

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By Jaber Jehad Badwan – Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, Wikimedia<\/a><\/em><\/p>\n<\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>

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Viviamo in una fase di forte instabilit\u00e0, segnata da conflitti armati sempre pi\u00f9 diffusi e interconnessi e da crisi energetiche che stanno ridefinendo equilibri economici e politici. In questo contesto, l\u2019attenzione di governi e istituzioni si concentra quasi esclusivamente sulle emergenze immediate ed \u00e8 qui che emerge una contraddizione: stiamo rallentando proprio sulle attivit\u00e0 che riducono il rischio sistemico nel medio-lungo periodo. Le guerre che hanno sconvolto l\u2019Ucraina, la striscia di Gaza, il Golfo Persico (insieme a molte altre crisi meno visibili) diventano cos\u00ec la giustificazione per invertire traiettorie che fino a poco tempo fa sembravano consolidate. Negli ultimi anni, il <\/span>Green Deal<\/b><\/a> europeo aveva indicato una direzione chiara: integrare competitivit\u00e0, tutela ambientale e stabilit\u00e0 sociale all\u2019interno di un modello economico coerente con i limiti del pianeta. Non un modello perfetto, ma una traiettoria fondata su basi scientifiche e su una crescente consapevolezza sistemica.\u00a0<\/span><\/p>\n

Oggi la paura sta diventando un driver decisionale dominante, spingendo organizzazioni e istituzioni a sacrificare obiettivi strutturali (decarbonizzazione, tutela della biodiversit\u00e0<\/a>, gestione sostenibile delle risorse, etc) basati su evidenze scientifiche che non lasciano spazio a interpretazioni: la crisi climatica continua ad avanzare, anzi accelera, e gli ultimi undici anni sono stati i pi\u00f9 caldi mai registrati (fonte: <\/span>State of the Global Climate Report 2025<\/span><\/a> della World Meteorological Organization).\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n

La crisi climatica, e le crisi ambientali in generale, non possono essere affrontate prescindendo dai temi della giustizia sociale e dall\u2019impegno a dare voce e accesso a risorse (e opportunit\u00e0) in modo equo e nel rispetto di processi democratici. La paura e i timori non possono prendere il sopravvento e fare perdere di vista valori collettivi importanti e alla base della convivenza tra persone e tra persone e natura. Per questo abbiamo scelto di condividere le nostre riflessioni: per concentrarci su ci\u00f2 che conosciamo meglio, la natura, e sugli impatti che guerre e conflitti generano su di essa. \u00c8 il nostro tentativo di riportare l\u2019attenzione su queste dinamiche e di riaffermare la necessit\u00e0 di portare avanti strategie di lungo periodo gi\u00e0 avviate, proprio nel momento in cui tendono a essere posticipate.\u00a0<\/span><\/p>\n<\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>

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Conflitti mondiali e impatti ambientali del settore militare<\/b><\/h2><\/h1><\/span>
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Il mondo sta affrontando una crisi di violenza senza precedenti, con 59 conflitti attivi, il numero pi\u00f9 alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e le ostilit\u00e0 sono sempre pi\u00f9 internazionalizzate: oggi 78 paesi sono coinvolti direttamente in guerre al di fuori dei propri confini (fonte: <\/span>GPI 2025<\/span><\/a>).<\/span><\/p>\n

In uno scenario caratterizzato da un aumento cos\u00ec marcato dei conflitti, \u00e8 inevitabile che crescano anche gli impatti ambientali complessivi del settore militare. Prima di analizzare nel dettaglio gli effetti delle guerre al centro del dibattito corrente, \u00e8 quindi utile soffermarsi su una lettura d\u2019insieme: comprendere il peso ambientale del comparto militare nel suo complesso permette di inquadrare meglio la scala e la natura degli impatti generati anche nei singoli contesti.<\/span><\/p>\n

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fonte: Institute for Economics & Peace<\/em><\/a><\/p>\n

Il settore militare rappresenta, infatti, una fonte rilevante ma ancora poco trasparente di emissioni climalteranti. Le principali emissioni derivano dal consumo di combustibili fossili per operazioni e addestramento, dalla produzione e manutenzione di equipaggiamenti e dalla gestione di infrastrutture e logistica. A queste si aggiungono le emissioni indirette lungo la filiera, spesso sottostimate, in particolare quelle legate alla produzione di armamenti e tecnologie militari lungo tutto il loro ciclo di vita. Senza contare, ovviamente, le emissioni legate all\u2019uso di ordigni di varia natura e alla distruzione o al danneggiamento di bersagli militari e non.\u00a0<\/span><\/p>\n

Molti paesi non riportano le emissioni delle proprie forze armate in modo completo o coerente, e in alcuni casi queste sono escluse dagli inventari nazionali o inaccessibili per motivi di sicurezza. Nonostante queste limitazioni, le stime indicano che le emissioni militari globali potrebbero rappresentare circa il<\/span> 5,5% delle emissioni globali totali di gas serra<\/b>, una quota paragonabile a quella di interi settori industriali. Se il settore militare fosse una nazione, sarebbe il quarto Paese pi\u00f9 inquinante al mondo per quanto riguarda le emissioni di gas serra (fonte: <\/span>Estimating the military’s global greenhouse gas emissions – CEOBS<\/span><\/a>, 2022).\u00a0<\/span><\/p>\n

In questo scenario di crescente spesa militare globale, il rischio \u00e8 quindi un ulteriore aumento delle emissioni, in contrasto con gli obiettivi climatici internazionali. Per questo, \u00e8 fondamentale migliorare il monitoraggio di questi impatti, includere pienamente il settore della difesa negli impegni climatici e sviluppare metodologie condivise di misurazione, attuando principi dell\u2019approccio gerarchico delle emissioni evitate e ridotte (meno investimenti in armi, meno conflitti), ancor prima che compensate.<\/span><\/p>\n

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fonte: Conflict and Environment Observatory<\/a><\/em><\/p>\n

Sul campo le operazioni militari causano la distruzione e frammentazione degli habitat attraverso combattimenti, bombardamenti, mine e infrastrutture militari, con effetti immediati sulla biodiversit\u00e0 e sulla funzionalit\u00e0 degli ecosistemi. A questo si aggiunge il rilascio di sostanze tossiche nei suoli, nelle acque e nell\u2019aria, derivanti sia dalle attivit\u00e0 belliche sia dal collasso delle infrastrutture civili: impianti di depurazione distrutti, sversamenti continui di liquami, macerie contaminate e presenza diffusa di ordigni inesplosi.<\/span><\/p>\n

Parallelamente, i conflitti indeboliscono le istituzioni ambientali e i sistemi di controllo, favorendo un aumento dello sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali, dal disboscamento illegale al bracconaggio. L\u2019impronta ecologica della guerra, quindi, non si esaurisce con la fine dei combattimenti, ma continua a generare impatti e costi ambientali (oltre che sociali) per decenni.<\/span><\/p>\n<\/div>

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Focus Ucraina, Striscia di Gaza, Golfo Persico<\/b><\/h2><\/h1><\/span>
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Per comprendere in modo concreto la portata degli impatti ambientali dei conflitti, \u00e8 utile spostare lo sguardo su alcuni casi emblematici e attuali. Ucraina, Striscia di Gaza e Golfo Persico rappresentano contesti diversi per scala, intensit\u00e0 e caratteristiche, ma accomunati da effetti ambientali significativi. Analizzarli permette di passare da una lettura sistemica a evidenze concrete, mettendo in luce come le dinamiche descritte si traducano in impatti reali.<\/span><\/p>\n

In <\/span>Ucraina<\/b>, a oltre quattro anni dall\u2019inizio del conflitto, la capacit\u00e0 di monitorare e gestire gli impatti ambientali \u00e8 stata drasticamente ridotta, anche a causa del collasso dei sistemi di monitoraggio e della difficolt\u00e0 di accedere a molte aree colpite. La presenza diffusa di mine, munizioni inesplose e residui bellici, insieme ai danni a impianti industriali e infrastrutture energetiche, sta causando il rilascio di sostanze tossiche nel suolo, nelle acque e nell\u2019aria, con effetti persistenti su ecosistemi e salute umana. In particolare, il danneggiamento di miniere e bacini di decantazione ha portato a fenomeni di allagamento che aumentano il rischio di contaminazione delle falde e delle acque superficiali, mentre il cedimento di strutture contenenti rifiuti industriali ha provocato la dispersione di sostanze chimiche pericolose, come nel caso di impianti con centinaia di migliaia di metri cubi di residui tossici. Parallelamente, il conflitto ha generato un aumento significativo dei rifiuti: migliaia di tonnellate di rottami e milioni di tonnellate di macerie, spesso contaminate, stanno mettendo sotto pressione sistemi di gestione gi\u00e0 fragili, con oltre 6.000 discariche presenti nel Paese e numerosi siti non conformi agli standard ambientali. Allo stesso tempo, la distruzione di habitat e l\u2019aumento degli incendi – che rappresentano tra il 45% e il 65% delle perdite annuali di ecosistemi forestali – stanno accelerando la perdita di biodiversit\u00e0 e il degrado degli ecosistemi. Si stima che dall\u2019inizio del conflitto, oltre 2 milioni di ettari di foreste – un\u2019area pi\u00f9 grande del Veneto – siano state distrutte o danneggiate da incendi dovuti a effetti diretti o indiretti di azioni militari. In questo contesto, la ricostruzione richiede interventi complessi e integrati di bonifica ambientale, gestione dei rifiuti e ripristino ecologico, per evitare che il Paese resti esposto a una \u201ceredit\u00e0 tossica\u201d duratura nel tempo (fonte: <\/span>Status of Environment and Climate in Ukraine<\/span><\/i><\/a>, Commissione Europea, 2025).<\/span><\/p>\n

Durante il conflitto israelo-palestinese nella <\/span>Striscia di Gaza<\/b> la distruzione di infrastrutture idriche e sanitarie, insieme all\u2019accumulo incontrollato di rifiuti e acque reflue, sta compromettendo la qualit\u00e0 di suolo e risorse idriche, mentre le emissioni legate alle operazioni militari e agli incendi peggiorano la qualit\u00e0 dell\u2019aria. Questi impatti riducono la capacit\u00e0 degli ecosistemi di garantire servizi essenziali come acqua potabile e sicurezza alimentare, amplificando le vulnerabilit\u00e0 della popolazione. Il report <\/span>Environmental impact of the conflict in Gaza,<\/b> delle Nazioni Unite, nel 2024 ha evidenziato che gli effetti ambientali del conflitto continueranno ben oltre la fine delle ostilit\u00e0, rendendo necessarie azioni di bonifica e ripristino complesse e di lungo periodo. Integrare la dimensione ambientale nelle strategie di risposta e ricostruzione diventa quindi una priorit\u00e0 per costruire condizioni di stabilit\u00e0 e sicurezza nel tempo. Nella Striscia i bombardamenti hanno generato oltre 39,2 milioni di tonnellate di macerie, con circa 107 kg di detriti per metro quadrato, spesso contaminati da amianto e ordigni inesplosi. Il collasso delle infrastrutture idriche ha portato allo sversamento quotidiano di circa 60.000 metri cubi di liquami non trattati, con impatti diretti su mare e falde (<\/span>fonte: United Nations Environment Programme (2024). Environmental impact of the conflict in Gaza: Preliminary assessment of environmental impacts). <\/span><\/a>\u00a0Oltre a ci\u00f2, le Nazioni Unite indicano che a Gaza il 97% delle colture arboree e il 95% della vegetazione arbustiva sono stati distrutti, oltre l\u201982% delle colture annuali danneggiate (fonte: <\/span>La Nuova Ecologia)<\/span><\/a> . Soltanto poco meno del 9% delle aree agricole risultano ancora accessibili mentre solamente l\u20191,5% delle stesse \u00e8 sia accessibile che privo di danni (fonte: <\/span>FAO<\/span><\/a>).\u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n

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Photo by Ahmed akacha from Pexels<\/a><\/em><\/p>\n

Anche il conflitto in<\/span> Iran e nella regione del Golfo<\/b> sta mostrando come la guerra produca impatti ambientali immediati e sistematici. Secondo un\u2019analisi del <\/span>Conflict and Environment Observatory,<\/span><\/a> sono stati registrati oltre <\/span>400 incidenti<\/span><\/a> con rischi per ecosistemi e salute umana, legati in particolare a bombardamenti su basi militari, raffinerie, depositi di carburante, impianti industriali e infrastrutture civili. Gli attacchi a giacimenti di gas, infrastrutture petrolifere e impianti critici stanno rilasciando nell\u2019ambiente una miscela di sostanze tossiche, metalli pesanti e composti persistenti, contaminando aria, suoli e risorse idriche.<\/span><\/p>\n

Questi eventi generano incendi diffusi, con emissioni di fuliggine e particolato fine, e fenomeni come piogge acide e oleose che aumentano i rischi sanitari, dalle patologie respiratorie ai tumori, e compromettono agricoltura e acqua potabile. La distruzione o il danneggiamento di infrastrutture idriche, inclusi impianti di desalinizzazione fondamentali per l\u2019approvvigionamento della regione, amplifica ulteriormente la vulnerabilit\u00e0 delle popolazioni.<\/span><\/p>\n

Inoltre, la crescente esposizione di infrastrutture critiche e aree densamente popolate aumenta il rischio di contaminazione diffusa da detriti, materiali edilizi e sostanze chimiche rilasciate dagli impatti. La possibile estensione del conflitto a impianti energetici e marittimi, inclusi terminal petroliferi e traffico navale nel Golfo Persico, potrebbe causare danni ambientali su scala regionale, difficili da contenere e ancora pi\u00f9 complessi da ripristinare (fonte: <\/span>Three days of Operation Epic Fury: a rapid overview of environmental harm in Iran and the region, 2026)<\/span><\/a>.<\/span><\/p>\n

L\u2019aumento dei prezzi del petrolio e la crisi energetica che ne \u00e8 derivata, definita dall\u2019Agenzia Internazionale dell\u2019Energia tra le pi\u00f9 gravi degli ultimi decenni, rischiano di generare effetti indiretti altrettanto rilevanti: rallentamento economico, minori investimenti e riduzione delle risorse destinate a politiche ambientali, spesso considerate non prioritarie in contesti di emergenza. Una strategia pi\u00f9 solida e tempestiva di sviluppo delle energie rinnovabili avrebbe potuto ridurre almeno in parte questa vulnerabilit\u00e0, limitando la dipendenza da fonti fossili esposte a shock geopolitici. Se oggi \u00e8 ormai tardi per evitare gli impatti di questa crisi, \u00e8 un elemento che non pu\u00f2 essere ignorato nelle scelte future: la resilienza energetica passa anche dalla capacit\u00e0 di anticipare questi scenari, non solo di reagire.<\/span><\/p>\n

Per quanto riguarda il ripristino, la letteratura evidenzia costi estremamente variabili, in funzione del livello di degrado e della complessit\u00e0 degli interventi: da circa 200 euro per ettaro, in contesti di rigenerazione naturale assistita, fino a oltre 30.000 euro per ettaro nei casi che richiedono decontaminazione dei suoli e ripristino attivo della vegetazione (fonte: <\/span>La Nuova Ecologia<\/span><\/a>). Un caso emblematico in tal senso \u00e8 il costo dello sminamento, stimato in 1-3 euro al metro quadrato (10-30.000 euro per ettaro). Le operazioni di sminamento sono lente e si stima che richiedano in media cento volte pi\u00f9 tempo per rimuovere una mina rispetto al tempo impiegato per posarla. Ne consegue che i tempi di recupero si estendono su decenni e, in molti casi, non garantiscono il ritorno alle condizioni originarie, rendendo il ripristino una delle sfide pi\u00f9 critiche nei processi di ricostruzione post-conflitto.<\/span><\/p>\n

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fonte: Conflict and Environment Observatory<\/a><\/em><\/p>\n

Nel complesso, gli impatti diretti e indiretti delle attivit\u00e0 militari e dei conflitti sono ampi, articolati, difficilmente prevedibili e quantificabili, e per di pi\u00f9 si manifestano o protraggono per molti anni, impattando su ecosistemi e comunit\u00e0 locali e globali. Tali impatti comportano costi enormi, impliciti ed espliciti, drenando e deviando risorse da altri possibili impieghi. La disparit\u00e0 e scarsa lungimiranza sulla destinazione delle risorse in un\u2019epoca di crisi ambientali senza precedenti \u00e8 spiazzante e del tutto irragionevole. Secondo stime condotte dall\u2019<\/span>UNEP<\/span><\/a>, nel 2023 sono stati investiti 220 miliardi di dollari per la conservazione e il ripristino delle risorse naturali a fronte di 2700 miliardi di investimenti in spese militari (fonte: <\/span>SIPRI<\/span><\/a>): un rapporto (ampiamente sottostimato) di uno a dodici. A peggiorare il quadro c’\u00e8 il fatto che la perdita e il degrado delle risorse ambientali sono (con)cause di conflitti: un circolo vizioso che si autoalimenta.<\/span><\/p>\n<\/div>

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La nostra posizione in questo scenario di conflitti<\/b><\/h2><\/h1><\/span>
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Abbiamo deciso di scrivere questo articolo non per alimentare l\u2019ansia in un contesto gi\u00e0 complesso, ma per prendere posizione in modo chiaro. Crediamo che la direzione intrapresa con il Green Deal rimanga quella giusta e che, proprio nei momenti di maggiore instabilit\u00e0, sia ancora pi\u00f9 importante mantenerla e rafforzarla. Tornare indietro non \u00e8 un\u2019opzione.<\/span><\/p>\n

Lo \u00e8 ancora meno per le singole organizzazioni, che oggi si trovano a prendere decisioni in un contesto segnato da crisi interconnesse, dove le scelte di breve periodo rischiano di amplificare vulnerabilit\u00e0 gi\u00e0 evidenti. \u00c8 qui che si gioca la coerenza tra ci\u00f2 che sappiamo e ci\u00f2 che facciamo: continuare a investire in strategie di lungo termine significa contribuire a ridurre quei rischi sistemici che, come abbiamo visto, stanno alla base delle stesse crisi che affrontiamo oggi. Per questo la nostra scelta \u00e8 quella di lavorare per aumentare la consapevolezza degli impatti delle scelte globali sull\u2019ambiente, guerre incluse.\u00a0<\/span><\/p>\n

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Gaza dall’alto – Abdallah ElHajj \/ iStock<\/em><\/p>\n

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In questa prospettiva, essere <\/span>soci e clienti di Banca Etica<\/a><\/b> non \u00e8 una scelta neutra: significa riconoscere che il sistema finanziario contribuisce in modo determinante a orientare i modelli economici, inclusi quelli legati all\u2019industria bellica. Scegliere una finanza che esclude investimenti in armamenti e sostiene progetti sociali e ambientali \u00e8, per noi, un modo concreto per allineare valori e strumenti.<\/span><\/p>\n

Allo stesso modo, la definizione di una <\/span>policy for association <\/b>nasce dalla consapevolezza che ogni collaborazione genera impatti e posizionamenti, anche indiretti, ed \u00e8 quindi \u00e8 necessario dotarsi di criteri chiari per decidere quali collaborazioni, progetti e partner siano in linea con i nostri valori e possano lavorare con noi a perseguire obiettivi comuni di sviluppo sostenibile.<\/span><\/p>\n

Accanto a questo, abbiamo scelto di attivare <\/span>momenti strutturati di confronto interno<\/b>. Temi cos\u00ec complessi richiedono spazi in cui elaborare le preoccupazioni, ma anche costruire visioni e proposte condivise, per sentirci parte della soluzione e non solo esposti al problema. In un contesto come quello attuale, anche il benessere psicologico \u00e8 sotto pressione: per un\u2019organizzazione come la nostra, che si fonda sulle persone, creare le condizioni per lavorare con lucidit\u00e0 e continuit\u00e0 non \u00e8 un aspetto accessorio, ma una responsabilit\u00e0.<\/span><\/p>\n

Infine, <\/span>nei nostri progetti <\/a><\/b>integriamo il rispetto della natura e delle comunit\u00e0, come criterio operativo che orienta le scelte progettuali, le metodologie e gli obiettivi, nella consapevolezza che anche interventi locali contribuiscono a costruire equilibri pi\u00f9 ampi. Coltiviamo, al nostro interno e nelle nostre attivit\u00e0, la partecipazione, il coinvolgimento attivo e la responsabilizzazione, nella convinzione che come la natura, anche la democrazia vada protetta, conservata e curata.\u00a0<\/span><\/p>\n

Sappiamo che queste scelte non sono perfette. Sono per\u00f2 un punto di partenza concreto e indicano una direzione chiara da cui non vogliamo tornare indietro, perch\u00e9 riteniamo che la coerenza tra ci\u00f2 che diciamo e ci\u00f2 che facciamo sia l\u2019unico modo per contribuire a un cambiamento reale. Il riferimento che guida il nostro lavoro rimane quello espresso nel nostro Manifesto<\/a>, ovvero <\/span>la necessit\u00e0 di mettere la natura al centro delle decisioni<\/b>, non come principio astratto, ma come criterio operativo capace di orientare scelte strategiche.<\/span><\/p>\n<\/div>

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Quando le spese militari crescono e gli investimenti ambientali calano<\/p>\n","protected":false},"author":27,"featured_media":28748,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"inline_featured_image":false,"footnotes":""},"categories":[40],"tags":[],"goal":[],"funder":[],"market":[92],"area":[101],"class_list":["post-28743","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-aggiornamenti","market-aziende-investitori","area-nature-positive"],"acf":[],"yoast_head":"\nGli impatti delle guerre sull\u2019ambiente: dall\u2019Ucraina al Golfo Persico<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Le guerre distruggono gli ecosistemi per decenni. 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